Iran (e non solo): restare senza web, che cosa significa oscurare Internet in un Paese
Quanto accaduto in Iran dallo scorso 8 gennaio dimostra che, in determinati contesti politici e infrastrutturali, l’isolamento quasi totale dalla Rete globale è ancora possibile
Iran (e non solo): restare senza web, che cosa significa oscurare Internet in un Paese
Quanto accaduto in Iran dallo scorso 8 gennaio dimostra che, in determinati contesti politici e infrastrutturali, l’isolamento quasi totale dalla Rete globale è ancora possibile
Iran (e non solo): restare senza web, che cosa significa oscurare Internet in un Paese
Quanto accaduto in Iran dallo scorso 8 gennaio dimostra che, in determinati contesti politici e infrastrutturali, l’isolamento quasi totale dalla Rete globale è ancora possibile
Bloccare Internet non significa spegnere un interruttore. Non esiste un grande pulsante rosso capace di far calare il buio digitale su un Paese intero con un solo gesto, almeno non ovunque. Eppure quanto accaduto in Iran dallo scorso 8 gennaio dimostra che, in determinati contesti politici e infrastrutturali, l’isolamento quasi totale dalla Rete globale è ancora possibile. In poche ore il traffico internazionale dell’Iran è crollato di oltre il 98%, tagliando fuori dal resto del mondo circa 90 milioni di persone. Una scelta drastica, resa possibile da un controllo centralizzato che affonda le radici ben prima dell’emergenza.
Dal punto di vista tecnico, il meccanismo è meno misterioso di quanto possa sembrare. Il blocco avviene attraverso tre passaggi chiave. Prima la disconnessione delle rotte internazionali, che interrompe fisicamente il flusso di dati verso l’esterno. Poi il filtraggio del traffico residuo tramite sistemi di ispezione profonda, capaci di analizzare e bloccare selettivamente i contenuti. Infine il mantenimento di una Rete interna controllata, una sorta di Intranet nazionale che consente l’accesso a servizi essenziali e a piattaforme approvate dallo Stato. Il risultato è una connessione che esiste, ma solo entro confini decisi dall’alto.
Non è la prima volta che Teheran ricorre a questa strategia. Già nel 2019, durante le proteste di piazza per l’aumento del prezzo del carburante, il Paese fu quasi completamente scollegato dalla Rete globale per diversi giorni. Episodi simili si sono ripetuti nel 2022, in coincidenza con le manifestazioni seguite alla morte di Mahsa Amini. Ogni volta lo schema è stato lo stesso: limitare la circolazione delle informazioni, ridurre la capacità di organizzazione dei manifestanti, controllare la narrazione degli eventi.
L’Iran non è però un’eccezione isolata. La Russia ha progressivamente sviluppato il concetto di “Runet”, una Rete nazionale pensata per funzionare anche in caso di disconnessione dal resto di Internet.
La Cina, con il suo “Great Firewall”, da anni filtra e reindirizza il traffico attraverso un sistema di controllo capillare che combina tecnologia e censura politica.
In Egitto, durante la primavera araba del 2011, il governo ordinò agli operatori di spegnere quasi tutte le connessioni, dimostrando quanto il controllo sugli snodi strategici potesse trasformarsi in un’arma politica.
Uno scenario del genere sarebbe difficilmente replicabile nel nostro Paese. La Rete italiana è frammentata, distribuita tra numerosi operatori privati e caratterizzata da molteplici punti di interconnessione internazionale. Non esiste un unico centro da cui impartire ordini e ottenere un blackout totale. Questo però non significa che Internet sia intoccabile. Anche nelle democrazie avanzate possono verificarsi limitazioni mirate, blocchi selettivi o rallentamenti intenzionali. Per esempio, durante il G8 di Genova del 2001 le comunicazioni mobili subirono forti restrizioni. Più di recente, in diversi Paesi europei sono stati bloccati od oscurati specifici siti e piattaforme in nome della sicurezza nazionale o della lotta alla disinformazione. Non si tratta di spegnere la Rete, ma di modularla, restringerla, renderla meno accessibile in determinati momenti o per determinati contenuti.
L’idea di Internet come spazio totalmente libero e incontrollabile è quindi sempre più fragile. Fuori casa, lontano dalle narrazioni rassicuranti, non c’è un muro invalicabile che protegga la Rete da interventi politici e istituzionali. Esistono differenze profonde tra regimi autoritari e sistemi democratici, ma la tecnologia che consente il controllo è spesso la stessa. La vera distinzione sta nei limiti, nelle garanzie e nella trasparenza con cui questi strumenti vengono utilizzati. Il recente caso iraniano è un promemoria potente: Internet non è soltanto un’infrastruttura tecnica, ma un terreno di conflitto. E se non basta spegnere un interruttore per farla sparire, basta comunque molto meno di quanto siamo abituati a pensare.
di Stefano Faina e Silvio Napolitano
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