“La stagione all’inferno” sulla frontiera tra Russia e Ucraina
| Esteri
C’è un mondo a sé stante che si muove, una “stagione all’inferno”: è quello che accade sulla frontiera tra Russia e Ucraina che separa la vita come la conosciamo dall’orrore rascista.
“La stagione all’inferno” sulla frontiera tra Russia e Ucraina
C’è un mondo a sé stante che si muove, una “stagione all’inferno”: è quello che accade sulla frontiera tra Russia e Ucraina che separa la vita come la conosciamo dall’orrore rascista.
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“La stagione all’inferno” sulla frontiera tra Russia e Ucraina
C’è un mondo a sé stante che si muove, una “stagione all’inferno”: è quello che accade sulla frontiera tra Russia e Ucraina che separa la vita come la conosciamo dall’orrore rascista.
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AUTORE: Giorgio Provinciali
«Scartai l’azzurro del cielo, che è nero». Le parole di Arthur Rimbaud ben esprimono non solo quella del poeta ma anche la “Stagione all’Inferno” vissuta da chi, uno alla volta, ha passato quei posti di blocco che separano la vita come la conosciamo dall’orrore rascista.
L’approccio agli avamposti controllati dai militari è sempre motivo di angoscia: c’è il dubbio che si tratti di un’imboscata in false flag, tesa con l’inganno da militari russi sotto le effigi della SBU (il Servizio di Sicurezza ucraino). Benché i Partigiani della resistenza siano ben organizzati con dispositivi d’identificazione per sapersi riconoscere e codici con cui intendersi, quando l’auto su cui si viaggia viene circondata dai mitra dei soldati che presidiano un check-point spesso i volontari a bordo preferiscono non farne uso finché l’ispezione al veicolo non venga approfondita.
Alcuni dei comitati civili di liberazione hanno avuto modo di coordinarsi con il Comando militare sin dall’anno scorso, quando Putin iniziava a disporre le truppe in prossimità dei confini ucraini assicurando che non sarebbero stati violati. Così, molti civili hanno fatto propria l’expertise militare e sono stati dotati di strumenti con cui potersi difendere e organizzare azioni di sabotaggio coordinate, qualora la situazione fosse volta al peggio. Un checkpoint alla volta, non è raro trovare a bordo strada telai arrugginiti di auto bruciate, crivellate di colpi. Durante i primi giorni di guerra l’asfalto è stato marcato in certe zone con della vernice, per indicarne i tratti sminati. Così qualche traditore ha spianato ai russi i lunghi tratti di strada che li avrebbero condotti speditamente a Kherson, Mariupol e Karkhiv. Mentre di fianco all’auto scorrono villette un tempo decorate ma oggi sventrate e annerite dalla fuliggine, capita che lo sguardo venga rapito da lenzuola o coperte stese sopra qualcosa a terra.
«Piangendo vedevo l’oro, e non potei bere». Così il poeta maledetto incedeva nella sua opera, intingendo la penna nell’altro colore del vessillo ucraino: quello dei campi di grano e dei girasoli sfiorati dal vento. La stagione all’inferno si protrae e il caldo estivo accentua l’odore della morte. Oltre gli ultimi sbarramenti la strada è tutta a buche. Senza la certezza di un riparo sicuro non ci si ferma.
“відео – та фотозйомка заборонена”: video e fotografie sono vietati. Queste parole spiccano sulle porte di bunker e depositi di aiuti umanitari. Nei primi tempi Telegram pullulava di riprese amatoriali. Poi s’è capito che i russi identificano le coordinate di zone ritenute sicure non soltanto tramite il geotag ma anche con software in grado di riconoscerne le peculiarità orografiche. Tempo fa mi fu rivelata l’eliminazione di due sabotatori russi proprio in prossimità di un bunker: la settimana prima avevano fatto irruzione nella palestra di una scuola prestata a rifugio, facendo fuoco su ogni cosa si muovesse.
Il parquet allagato del sangue di donne, anziani e bambini riportò ai miei occhi una scena vista nel 2014, quando ad una fermata dell’autobus una raffica aveva freddato alcune donne ucraine con le borse della spesa. Ricordo il bianco del latte mescolarsi a terra col rosso del sangue. Era appena iniziata l’invasione russa.
di Giorgio Provinciali
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