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La nuova stagione della Grecia: aprirsi agli Usa rinnegando lo zar Putin

Oggi il premier Mitsotakis incontrerà Biden a Washington e sarà il primo leader politico greco a parlare al Congresso. È la nuova era di Atene che si avvicina ad Usa e Occidente rinnegando antiche simpatie russe.

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Mentre tutti gli occhi sono puntati sulla Scandinavia e sul processo di avvicinamento di Svezia e Finlandia alla Nato, un altro slittamento verso Occidente sta avvenendo all’altro capo d’Europa, nel profondo Sud-Est. Si tratta della Grecia, un tempo simpatizzante della Russia in nome della fratellanza ortodossa, oggi scettica e spaventata e, a differenza della Serbia, pronta a compiere nuovi passi – politici e militari – pur di fortificare la sua posizione nell’Alleanza Atlantica. Un altro capolavoro di Putin.

L’ultimo passo è un accordo di difesa con gli Stati Uniti per rafforzare la presenza militare americana in Grecia attraverso la nascita di altre quattro basi. Un accordo definito appena sette mesi fa e per la cui ratifica il governo di Atene ha scelto una corsia privilegiata vista l’evoluzione degli eventi in Est Europa.

Alle critiche del partito di sinistra Syriza – legate al fatto che gli Usa venderanno contemporaneamente nuovi F-16 alla Turchia – il ministro degli Esteri Nikos Dendias ha replicato che «l’accordo di mutua difesa tra Grecia e Stati Uniti è uno strumento per sentirsi al sicuro internamente, per ampliare gli orizzonti e non tornare alle sindromi fobiche che, invece di responsabilizzarci, indeboliscono e intrappolano il Paese». In parole semplici: anche l’ammodernamento della flotta aerea turca rientra negli interessi greci, perché allontana Ankara dalle sirene russe e cinesi. Atene vuole insomma aprire una nuova stagione, in cui il disgelo con la Turchia è parte del consolidamento del ruolo ellenico nel sistema di difesa occidentale. Con buona pace della fratellanza ortodossa.

È passato quasi un quarto di secolo da quando l’allora primo ministro socialista Kostas Simitis faceva fatica a tenere il Paese al fianco della Nato nella guerra in Kossovo. Oggi al premier conservatore Kyriakos Mitsotakis, che lunedì vedrà Joe Biden a Washington e sarà il primo leader politico greco a parlare al Congresso, viene tutto più facile. I greci sono in larghissima maggioranza dalla parte dell’Ucraina. E questo si spiega anche con la storia di una delle città più martoriate in questa guerra: Mariupol.

La città dell’acciaieria è il centro di una comunità ellenica la cui presenza risale addirittura al VII e VI secolo avanti Cristo, quando coloni greci si insediarono nell’antica Tauris, oggi Crimea, e da lì si diffusero in molte regioni dell’Ucraina, tra cui la valle di Azov. Fu la necessità di assicurare sicure sponde commerciali a spingere i greci fino lì e una presenza ellenica è sempre sopravvissuta al trascorrere della storia. Fino a oggi.

L’evacuazione a marzo della diaspora greca di Mariupol è stata un’operazione drammatica: un convoglio diretto in Moldova, ingrossatosi strada facendo con nuovi membri della comunità che si aggiungevano di tappa in tappa, passato fra posti di blocco e minacce dei carri armati russi, nonostante le assicurazioni ricevute direttamente da Sergey Lavrov. Ma i vecchi buoni rapporti non sono serviti più a nulla nel caos di guerra. «Quello che ho visto, spero nessuno lo veda mai. Mariupol è Guernica, Grozny, Velingrad, Aleppo. Mariupol non è più» è il lamento del console onorario greco Manolis Androulakis, ultimo diplomatico europeo a lasciare Mariupol a fine marzo.

Una minoranza della diaspora greca è rimasta nella città martire e la madrepatria greca ha deciso di non dimenticarla.

 

di Pierluigi Mentiti

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