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Groenlandia, l’Europa (spalle al muro) risponde a Trump

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L’unità nelle reazioni europee, mancata dopo il blitz di inizio anno del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump Venezuela, è stata ritrovata sul terreno della Groenlandia

Groenlandia

Groenlandia, l’Europa (spalle al muro) risponde a Trump

L’unità nelle reazioni europee, mancata dopo il blitz di inizio anno del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump Venezuela, è stata ritrovata sul terreno della Groenlandia

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Groenlandia, l’Europa (spalle al muro) risponde a Trump

L’unità nelle reazioni europee, mancata dopo il blitz di inizio anno del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump Venezuela, è stata ritrovata sul terreno della Groenlandia

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L’unità nelle reazioni europee, mancata dopo il blitz di inizio anno del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump Venezuela, è stata ritrovata sul terreno della Groenlandia. Glaciale in tutti i sensi.
Del resto, le ripetute minacce del capo della Casa Bianca e di autorevoli membri a lui vicini nei confronti di un lembo sovrano dell’Unione europea non potevano essere lasciate cadere in un silenzio che qualcuno a Washington avrebbe potuto scambiare per paura o almeno smarrimento.

Le parole scelte da Francia, Germania, Italia, Spagna, Polonia, Danimarca (ovvio) e Gran Bretagna (ancora una volta con Bruxelles) non lasciano spazio a interpretazioni o fraintendimenti: “La sicurezza artica resta una priorità chiave per l’Europa e per la sicurezza internazionale e transatlantica. L’integrità della Groenlandia è inviolabile”.

Il richiamo ai rapporti transatlantici è il passaggio chiave e un punto fermo. Nonché l’ennesima mano tesa a un alleato ormai irriconoscibile. Un anno fa, un comunicato del genere sarebbe apparso la trama di un film, oggi è la realtà di un oceano improvvisamente sconfinato e di alleati europei che potranno non amarsi ma non hanno alternative a trovare forza l’uno nell’altro.

Nonostante la moda, diffusissima fra commentatori e semplici cittadini dell’Unione, sia quella del definire gli europei inetti, balbettanti, impauriti, spauriti, indecisi, in un aggettivo terrorizzati dal presente e in particolar modo dal futuro. Spiazzati oltre a ogni possibile previsione da un presidente americano che ci considera nella migliore delle ipotesi dei fastidiosi petulanti e più concretamente degli ostacoli da rimuovere senza riguardo.

Che fare? Provate a chiedere a vostri parenti, amici e colleghi che cosa ne pensino della necessità di spendere una marea di quattrini per la difesa comune europea – quella difesa che abbiamo appaltato dal 1945 a oggi agli americani – dando per scontato che possa anche essere necessario mettere mano a quelle armi. Quanti, nel campione di cui sopra, sarebbero pronti ad accettare questa realtà dei fatti?

Sia chiaro, non siamo i primi e non siamo i soli: davanti al più grande rischio nella storia dell’umanità, rappresentato da Adolf Hitler e dal nazismo, proprio gli americani se ne rimasero per anni al riparo (apparente) dei due oceani. Ci volle Pearl Harbor per scuoterli. Siamo stati traditi e questo è un sentimento molto complesso da gestire.

Restare immobili, però, non è più un’opzione, non davanti a un presidente americano che potrebbe decidere di attaccarci, perché questo sarebbe un colpo di mano in Groenlandia. Meglio dirselo prima.

di Fulvio Giuliani

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