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I nuovi protagonisti della guerra ibrida

Studiare i punti deboli dell’avversario, avvalendosi oggi anche di big data e intelligenza artificiale. Sono le armi della guerra ibrida, un fenomeno non così recente ma mai così pericoloso.

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La chiamano guerra ibrida. Che suona perfino tranquillizzante. Invece è guerra dura, senza limiti. Da invasiva diventa pervasiva. Da vent’anni la guerra ibrida (o “minaccia ibrida”) si potenzia e si miscela con ogni possibile nuovo strumento bellico. Al conflitto diretto fra eserciti regolari si sono aggiunti i mercenari (questi da sempre), i guerriglieri, gli atti terroristici, le azioni ciecamente criminali, le violenze e le crudeltà indiscriminate. Poi l’ingrediente delle fake news e le cyber-fabbriche di disinformazione con milioni di addetti alla “propaganda computazionale”.

La guerra ibrida ha adottato infine una nuova arma letale: l’intervento deflagrante sulle elezioni dei Paesi avversari. Siamo nel 2016. La sua potenza e precisione di fuoco esplode al massimo livello planetario: Russia contro Usa o, più precisamente, Putin pro Trump.

Nel violento pugilato per la presidenza degli Stati Uniti, la Russia intraprende un’azione – non solo online – definibile bellica (dimostrata oltre ogni ragionevole dubbio) contro la candidata democratica Clinton e, nel Regno Unito, pro Brexit. Il meccanismo – il “microtargeting politico” che richiede una raccolta illimitata di dati personali e offre una violenta pubblicità elettorale iper-mascherata – diventa mondialmente noto nel 2018 con lo scandalo dell’azienda inglese Cambridge Analytica (assoldata dall’ex presidente Usa) che riceve da Facebook i dati di 57 milioni di suoi utenti. Da quel momento aziende simili si sono sempre più armate per intervenire nelle elezioni altrui (a tutt’oggi, in oltre 200 Paesi).

In questo 2022 già 12 Paesi possono essere stati nel mirino elettorale della guerra ibrida. Nelle prossime settimane potrebbero esserlo Austria, Brasile, Italia, Slovenia (presidenziali), Stati Uniti (medio termine), Tunisia. Negli Usa i social media, con i loro miliardi di utenti in tutto il mondo, hanno approntato difese molto deboli. Twitter ha limitato gli annunci politici, Facebook ha attivato qualche blanda difesa e Spotify ha riaperto agli annunci partitici. A questo abbassamento della guardia si aggiunge una tecnica di aggiramento collaudata con successo nelle elezioni Usa e in India. Si inizia con messaggi di prova su Reddit o in gruppi chiusi su app criptate (come WhatsApp) e si crea una “bolla opinionale” sempre più trainante che poi si impianta come forte “tendenza” su Twitter, dove l’amplificazione nel web è assicurata.

Per fare tutto questo e altro sorgono dei veri e propri think tank all’interno dei vari schieramenti di Paesi contrapposti che studiano sistematicamente i reciproci punti deboli – geopolitici, economici, scientifici, territoriali, psicologici ed elettorali – dove poter attaccare (ed essere attaccati). Si studiano le infrastrutture per trovare falle nelle reti idriche, elettriche, stradali, ferroviarie e di telecomunicazioni. In realtà lo si fa da sempre ma oggi si impiegano i big data e l’intelligenza artificiale, mirando soprattutto alle infrastrutture informatiche e del cyber-spazio, dove gli incursori e sabotatori sono notoriamente gli hacker ma anche gli youtuber, gli instagrammer, i tiktoker, i telegrammer e gli influencer micro e macro (per esempio il neonazista statunitense Richard B. Spenser e il britannico Milo Yiannopoulos, mentre molti operano sotto la nostra soglia di attenzione in Paesi come la Libia, spinti dai social russi, o l’Etiopia).

Sono i nuovi protagonisti della guerra ibrida che noi – romanticamente e utopicamente –speriamo rimangano i soli nei conflitti pur senza fine ma ludicamente in Rete, senza alcun spargimento di sangue.

 

di Edoardo Fleischner

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