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I russi che vollero limitare la violenza bellica

In Russia si è passati da “Guerra e Pace” di Lev Tolstoj alla “Clausola Martens” che ha introdotto un principio fondamentale valido tutt’ora.

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Guerra e Pace”, il celebre affresco sulla Russia del primo Ottocento di Tolstoj, fu pubblicato tra il 1867 e il 1869 e suscitarono clamore le pagine dedicate all’incendio di Mosca del 1812. Secondo la maggior parte degli storici, all’arrivo delle truppe napoleoniche fu il governatore militare di Mosca, il conte Fëdor Vasil’evič Rostopčin – ricordato da Tolstoj come Rastopcin – a ordinare, prima di abbandonare Mosca, di far esplodere e incendiare il Cremlino e altri importanti edifici pubblici, compresi chiese e monasteri.

Già tra il 1855 e il 1856 l’autore aveva pubblicatoI racconti di Sebastopoli” sulla guerra di Crimea tra l’impero russo e quello ottomano, composti durante la sua esperienza nell’assedio della città. Il messaggio di Tolstoj è noto: «La storia dell’umanità è piena di prove che la violenza non contribuisce al rialzamento morale e che le cattive inclinazioni dell’uomo non possono essere corrette che dall’amore; che il male non può sparire che per mezzo del bene» (“Il regno di Dio è in voi”, 1893).

Era questa la cultura russa che stava maturando nel tempo quando, come piace ricordare a Putin, vi fu una fase gloriosa dell’impero dello zar Alessandro II (18181881). Il sovrano riuscì ad annullare le pesanti clausole imposte dopo la guerra di Crimea e ad attuare in Asia una politica di espansione che portò l’Impero russo alla sua massima espansione territoriale.

Ma Alessandro II fu anche il liberale che promosse una legge che emancipò i contadini dai retaggi feudali e diede un forte contributo all’affermazione degli strumenti più importanti del Diritto dell’Aja e del Diritto di Ginevra, vale a dire il “diritto internazionale dei conflitti armati” e il “diritto internazionale umanitario”. Ed è grazie alla Russia di Alessandro II che nel 1868 viene sottoscritta la Dichiarazione di San Pietroburgo sulla proibizione dell’uso del «munizionamento destinato a infliggere mali superflui» e dei «gas asfissianti».

Nel 1874 una nuova Conferenza promossa a Bruxelles dallo Zar Alessandro II portò alla costituzione di un comitato internazionale di giuristi che presentò il Manuale di Oxford 1880 sulle leggi e gli usi della guerra terrestre. Nel 1889 è invece lo Zar Nicola II, insieme al conte Michail Nikolaevic Murav’ev, suo ministro degli Esteri, a promuovere la Prima Conferenza della Pace dell’Aja dove furono sottoscritte le Convenzioni dell’Aja sul rispetto delle leggi e delle consuetudini della guerra terrestre e sull’adeguamento alla guerra marittima.

Si istituì anche la Corte permanente di arbitrato, la più antica istituzione di giurisdizione sovranazionale per la risoluzione delle controversie. Nel preambolo della Convenzione è introdotta laClausola Martens”. Prese il nome da una dichiarazione del delegato russo Fyodor Friedrich Martens e introduceva un principio fondamentale tutt’ora valido: anche «nei casi non compresi nelle disposizioni regolamentari, le popolazioni e i belligeranti restano sotto la salvaguardia e sotto l’imperio dei princìpi del diritto delle genti quali risultano dalle consuetudini stabiliti fra nazioni civili, dalle leggi dell’umanità e dalle esigenze della pubblica coscienza».

È qui che il «generale principio di umanità», anche quando una determinata condotta non è espressamente richiamata in una norma, rappresenta il fondamento ispiratore della codificazione del nuovo diritto di guerra (Ronzitti, Greppi). Se qualcuno ricorderà questa parte della storia russa, forse può rappresentare una chance in più per la pace la circostanza che il capo dei negoziatori russi con l’Ucraina oggi sia Vladimir Medinski, uno storico accademico ed ex ministro della Cultura.

 

di Maurizio Delli Santi

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