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Il colpo di Stato in Guinea

I golpisti hanno rapito il presidente Alpha Condé e preso il potere dopo mesi di lotte interne.

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Il presidente della Guinea è scomparso dalla scena. Domenica scorsa un gruppo di militari ha occupato il palazzo, rapito Alpha Condé e preso il controllo del Paese dell’Africa occidentale.

Lo ha annunciato Mamadi Doumbouya, colonnello dell’esercito ed ex soldato della legione straniera francese, apparso sulla televisione nazionale per annunciare la «sospensione della Costituzione», lo «scioglimento del governo», la fine della «personalizzazione della politica» e l’avvio di un «dialogo inclusivo».

Le immagini del presidente circondato dai militari delle forze speciali hanno smentito la notizia di un fallimento del golpe, fatta circolare in un primo momento dal Ministero della Difesa.

Condé, 83 anni, è capo di Stato dal 2010 ed è considerato il primo presidente eletto democraticamente nella storia della Guinea.

Dopo aver ottenuto l’indipendenza dalla Francia nel 1958 (unica colonia africana a non aderire alla Comunità francese promossa da Charles De Gaulle), la Guinea fu retta dittatorialmente prima da Ahmed Sékou Touré, poi da Lansana Conté.

Tourè governò fino al 1984, anno della sua morte, instaurando un regime di stampo socialista durante il quale fallì la crescita economica e si rese responsabile della sistematica violazione dei diritti umani. “Sékou Touré: l’eroe e il tiranno” è l’efficace sintesi che ne ha fatto il biografo Ibrahima Baba Kaké.

Una descrizione applicabile ai tanti leader africani del Novecento che non hanno saputo coniugare panafricanismo e democrazia. Il suo successore Conté aprì il Paese agli investimenti stranieri (il territorio è ricchissimo di risorse minerarie, soprattutto bauxite per la produzione di alluminio) ma non a libere istituzioni.

Nel 2010 sarebbe dovuta cominciare una nuova stagione di innovazione per la Repubblica di Guinea.

Alpha Condé sale al potere ma le aspettative di molti vanno presto deluse. L’epidemia di ebola (2013-2016), le mancate riforme e gli scontri interetnici soprattutto tra peul e malinkè, secondo gli oppositori fomentati e strumentalizzati dallo stesso presidente, non hanno consentito l’atteso slancio economico né la costruzione delle necessarie infrastrutture.

Prima di essere rieletto per la terza volta nell’ottobre 2020 con il 59,5% delle preferenze, il presidente aveva inoltre ritoccato ad personam la Costituzione per garantirsi altri dodici anni al potere.

Gli emendamenti erano stati approvati nel contestato referendum del 22 marzo dello stesso anno, passato con un bulgaro 91% dei voti favorevoli che scatenò violente proteste e la morte di almeno 32 persone. La ‘malattia del terzo mandato’ del continente africano, di cui parla il giornalista Pierre Haski su “France Inter”, aveva evidentemente colpito anche Condé.

La nuova Carta aggiornata (quella ‘vecchia’ risale al 2010) non era stata riconosciuta dal Fronte nazionale di difesa della Costituzione, uno dei principali schieramenti d’opposizione. Considerata la fragile stabilità delle istituzioni del Paese, il golpe non coglie particolarmente di sorpresa.

Anche la figura di Condé – passato da ‘eroe’ a ‘tiranno’ – si era corrosa nel tempo.

Con il colpo di Stato, però, la Repubblica di Guinea piomba in una situazione di profonde tensioni come avvenuto nel confinante Mali. Secondo diversi osservatori il Paese – il cui indice di sviluppo umano è tra i più bassi al mondo (nel rapporto del 2020 delle Nazioni Unite occupa il 178esimo posto su 189 Paesi) – è sull’orlo di una guerra civile.

Un conflitto che rischia di aggravare drammaticamente la situazione della popolazione, in particolare quella delle minoranze etniche e religiose (l’Islam è la religione dominante mentre il 10% dei guineani pratica forme di fede cristiana).

Ieri la comunità internazionale ha condannato il golpe.

Anche la Cina, solitamente attendista, si è detta «contraria» all’arresto di Condé. Pechino, profondamente penetrata nel continente africano, vorrebbe salvaguardare la stabilità nel Paese per non interrompere l’estrazione di ferro e di bauxite (la Cina è il principale produttore di alluminio al mondo).

 

Di Mario Bonito

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