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Il dolore e l’odio, un anno dopo

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Un anno dopo esatto la mattanza voluta dai tagliagola di Hamas in Israele, il 7 ottobre è un “11 settembre” a cui manca uno degli elementi più forti e significativi: la condivisione

Il dolore e l’odio, un anno dopo

Un anno dopo esatto la mattanza voluta dai tagliagola di Hamas in Israele, il 7 ottobre è un “11 settembre” a cui manca uno degli elementi più forti e significativi: la condivisione

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Il dolore e l’odio, un anno dopo

Un anno dopo esatto la mattanza voluta dai tagliagola di Hamas in Israele, il 7 ottobre è un “11 settembre” a cui manca uno degli elementi più forti e significativi: la condivisione

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È un “11 settembre” cui manca uno degli elementi più forti e significativi: la condivisione del dolore e del lutto. Il 7 ottobre 2023, un anno dopo esatto la mattanza voluta dai tagliagola di Hamas in Israele, non è una data di infamia per tanti, troppi europei e americani. Non parliamo neppure di cittadini di Paesi del “sud del mondo”.

La furibonda reazione, in special modo quella abbattutasi sulla Striscia di Gaza senza riuscire a limitare le pesantissime e inaccettabili perdite civili – unita allo storica diffidenza (quando va bene) e troppe volte l’odio conclamato per lo Stato ebraico – hanno spinto Israele in uno dei punti più bassi di popolarità su scala globale. Come già abbiamo avuto modo di scrivere di recente, un assurdo storico considerato ciò che accadde esattamente 365 giorni fa. L’odio cieco, bieco, ingiustificabile in qualsiasi sua forma che arrivò a trucidare vecchi e neonati. Gli errori politici del governo di Benjamin Netanyahu, il suo sottostare ai ricatti dell’ultradestra, hanno spinto Israele dove nessuno avrebbe mai pensato possibile dopo una simile strage. Ma non c’è solo questo: c’è quell’odio, il vedere Israele sempre e comunque colpevole.

C’è l’antisemitismo che è tornato a spirare potente proprio nel momento in cui l’eccidio del 7 ottobre avrebbe dovuto contribuire a spegnere i focolai più ripugnanti. Non basta sottolineare gli errori – ce ne sono stati di terribili e solo ieri le cronache da Jabaliya, nel nord della Striscia, ci riportano di un raid in cui avrebbero perso la vita nove bambini – non basta sottolineare come la grande forza delle democrazie stia proprio nel saper riconoscere e tutelare il dissenso e il dissenso a Netanyahu resta forte in patria (una circostanza semplicemente impensabile in qualsiasi altro Paese dell’intera regione).

Non basta perché se sottolinei con forza e sincera partecipazione la vicinanza e l’amicizia a Israele e lo fai ancor più nel momento del dolore e del ricordo si resta quasi soli. Chi con tempismo e sensibilità proiettò la bandiera dello Stato di Israele sulla facciata di Palazzo Chigi il 7 ottobre di un anno fa, oggi resta con il popolo israeliano, ma fa fatica a emergere dall’irrilevanza diplomatica europea.

Ci sarebbe, invece, una grande occasione per l’Italia: sapersi distinguere da posizioni come quella francese sull’embargo alle armi a Israele che sembrano fatte apposta per ingraziarsi l’opinione pubblica e arrendersi all’ondata antipatizzante nei confronti di Tel Aviv cui facevamo riferimento. Posizioni pericolose, se finiscono per minare la solidarietà a un nostro amico e alleato, quando si fa forte l’onda di chi vorrebbe cancellarlo dalla faccia della terra contando sulla folle teocrazia iraniana.

L’Italia deve saper dire le verità scomode a un amico, ma sempre e comunque al suo fianco. A fianco della democrazia, della libertà e del progresso. Di un’idea di futuro, che Israele incarna alla faccia di ottant’anni di odio e guerre subite.

Di Fulvio Giuliani

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