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Il Green Deal cinese scopre le carte degli Stati Uniti

Non solo Cop26 e G20 a Roma, il cambiamento climatico è un tema centrale per tutti i governi. Anche Pechino ha reso nota la prima parte della sua roadmap per la neutralità climatica: il futuro della Cina è rinnovabile e nucleare, facendo così fallire il tentativo di reindustrializzazione fossile di Trump.

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A Glasgow, la Cop26 si apre in un contesto difficile. Gli impegni di riduzione delle emissioni assunti dalle maggiori economie mondiali non sono ancora sufficienti. Senza accordi più ambiziosi, l’aumento delle temperature sarà di 1,5 gradi nel 2030 e di 2 gradi nel 2050. Valori attesi per fine secolo. Ciò malgrado, ci sono segnali positivi.

Il 24 ottobre Pechino ha reso nota la prima parte della sua roadmap per la neutralità climatica, il Piano 1+N annunciato in agosto dal capo negoziatore Xie Zhenhua. Nel 2060 le fonti non fossili copriranno l’80% del fabbisogno energetico cinese. Il futuro della Cina è rinnovabile (65%) e nucleare (15%). Entro il 2025 Pechino avrà altri 1,2 miliardi di kilowattora di eolico e solare. In via di definizione sono anche piani di riconversione di tutti i settori industriali, a partire da quelli più energivori. Non era scontato che il gigante cinese confermasse i suoi impegni di trasformazione economica e industriale. Nel corso della pandemia molti hanno chiesto l’allentamento degli obiettivi climatici per favorire la ripresa economica. Ci sono state feroci dispute nella preparazione del nuovo piano quinquennale e nel partito si sono scontrate due visioni dello sviluppo nazionale. Un contributo fondamentale è venuto da Xie e dal suo istituto di ricerca a Tsinghua (Iccsd) che ha stimato i costi della transizione: circa 120 trilioni di yuan (20 trilioni di dollari) fino al 2060. In media, il 2-3% del Pil cinese annuo. Un costo gestibile per la realizzazione di uno scenario definito «moderatamente ambizioso». L’Iccsd ha presentato i suoi calcoli tra giugno e settembre 2020. Il 22 settembre Xi Jinping ha fatto il suo annuncio all’Onu. L’evoluzione tecnologica e il cambiamento sui mercati hanno reso possibile l’affermazione della sua visione ecologica e fatto fallire il tentativo di reindustrializzazione fossile di Trump.

Negli Usa è in atto un aspro confronto sulle reali prospettive della decarbonizzazione e del modello economico futuro. La scommessa di modernizzazione cinese è centrale nella riflessione americana e i rischi economici, sociali e di sicurezza spingono per l’uscita dai fossili. Non a caso la maggiore opposizione alla retorica negazionista di Trump è venuta proprio da ambienti militari. Sul piano globale, l’intelligence Usa teme l’aumento delle tensioni geopolitiche legate alla transizione e prevede conflitti crescenti per le risorse naturali. Sul piano interno, siccità e inondazioni minacciano vaste porzioni del territorio americano. La riduzione della portata d’acqua dei sistemi fluviali (è il caso del Colorado) mette a rischio il sistema agricolo e industriale in tutto il sud-ovest del Paese, e con esso la coesione sociale e territoriale Usa.

Malgrado le profonde differenze, una transizione ordinata e coerente è nell’interesse di tutti. Il recente annuncio saudita e quello di altri Paesi esportatori è un segnale in questo senso. A Glasgow gli Stati avranno quindici giorni per mettere a confronto piani e misure, tenendo conto delle reciproche esigenze di sicurezza e sviluppo. Obiettivo sarà definire una roadmap concordata per accelerare i processi in atto. Lavorare insieme abbassa i costi per tutti. Chi chiede maggiore ambizione a Pechino ora ha in mano i numeri per fare i conti.

 

di Arvea Marieni

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