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In tre ore gli Stati uniti hanno posto fine a ventisei anni di chavismo: cronaca dell’arresto di Maduro

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Dopo mesi di osservazione delle abitudini di Nicolas Maduro da parte della Cia, le Forze armate Usa stavano aspettando soltanto le giuste condizioni metereologiche per colpire.

In tre ore gli Stati uniti hanno posto fine a ventisei anni di chavismo: cronaca dell’arresto di Maduro

Dopo mesi di osservazione delle abitudini di Nicolas Maduro da parte della Cia, le Forze armate Usa stavano aspettando soltanto le giuste condizioni metereologiche per colpire.

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In tre ore gli Stati uniti hanno posto fine a ventisei anni di chavismo: cronaca dell’arresto di Maduro

Dopo mesi di osservazione delle abitudini di Nicolas Maduro da parte della Cia, le Forze armate Usa stavano aspettando soltanto le giuste condizioni metereologiche per colpire.

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Col levarsi in volo in contemporanea di più di 150 aeromobili l’operazione “Lancia Meridionale” è iniziata intorno alle 2:00 del mattino dell’ora locale del Venezuela, mentre ancora si stava svolgendo la movida del venerdì notte. Dopo mesi di osservazione delle abitudini di Nicolas Maduro da parte della Cia, le Forze armate Usa stavano aspettando soltanto le giuste condizioni metereologiche per colpire. Materializzatasi la finestra d’opportunità, gli attacchi statunitensi si sono susseguiti mirati e chirurgici, disarticolando in pochi minuti la supposta antiaerea composita del regime di Nicolas Maduro. 

Costruita con spese milionarie nel corso degli ultimi vent’anni, nonché qualche recente aggiunta arrivata negli scorsi mesi sugli aerei cargo Antonov mandati da Mosca, la performance di queste difese è stata infatti scarsa se non nulla. Nonostante la supposta disposizione di sistemi S-300, semoventi Buk e squadre armati di lanciamissili antiaerei a spalla Igla di fabbricazione russa intorno alla capitale Caracas, infatti non un razzo, non un intercettore, men che meno un colpo di cannoncino antiaereo ha illuminato i cieli della città. Forse per incapacità, forse per la corruzione dei comandanti locali, ma più probabilmente perché Washington è riuscita a eliminare subito tutte le minacce alla sua superiorità aerea.

Le difese di Isla de Margarita – a Est della Capitale – si sono infatti ammutolite subito, probabilmente distrutte dalle prime salve missilistiche partite delle unità navali della IV Flotta statunitense impegnata nell’attacco. Anche Gli intercettori Buk schierati nell’aeroporto di Higuerote, tra Isla de Margarita e Caracas, sono stati bersagliati preventivamente, così come la base aerea “El Libertador” a Maracay (a Ovest di Caracas). In quest’ultima location erano dislocati gli intercettori sovietici Pechora-125, che appaiono come grossi rastrelli armati di quattro missili, e il 399esimo Gruppo missilistico portatile dotato degli Igla brandeggiabili. Tutti colpiti senza ribattere. 

Mentre lo strike group della portaerei USS Iwo Jima disarticolava l’antiaerea attorno la capitale venezuelana, anche le infrastrutture militari in città subivano un tracollo. Ed è qui che si è concentrato il clou dell’attacco statunitense, avente come obiettivo la cattura di Maduro in quanto capo del Cartello de los Soles. Un’operazione avvenuta in evidente violazione delle leggi internazionali, sebbene è giusto ricordare la crudeltà del regime chavista che da più di vent’anni opprime i venezuelani: Maduro ha scatenato una crisi di profughi di proporzioni pari a quella della guerra civile siriana, senza avere neanche l’Isis a giustificare un tale disastro. 

La prova che il dittatore fosse a Caracas era stata data dall’incontro con una delegazione cinese il giorno precedente, rendendo certo la sua presenza nel compound fortificato nella zone di Fuerte Tiuna (il comando centrale delle Forze armate venezuelane). Almeno cinque elicotteri da trasporto UH-60 Black Hawks e due CH-47 Chinooks a doppia elica del 160esimo Reggimento d’aviazione per operazioni speciali, scortati da due elicotteri d’attacco AH-64 Apache Guardians si sono fatti largo nella notte caraquegna mentre i missili accecavano e annichilivano le difese. Un missile disabilita la stazione antennistica di El Volcán a Sud della capitale, impedendo le comunicazioni fra i reggimenti. Al porto di La Guaira il presidio della brigata di difesa antiaerea, anch’essa armata di Buk russi, viene annientato. Anche i semoventi antiaerei dislocati nella base aerea capitolina Generalísimo Francisco de Miranda (detta La Carlota) vengono distrutti dai missili da crociera statunitensi, vendicando in parti i molti studenti che sono stati uccisi dai cecchini che sparavano da questa roccaforte del regime. 

Aperta la strada, la flotta di elicotteri si è inoltrata nell’avallamento dove si trova Fuerte Tiuna. Qui i soldati pare abbiano opposto una qualche resistenza, danneggiando persino uno degli elicotteri degli attaccanti. La risposta è però stata un deciso fuoco da parte dei pod M261 degli Apache, che hanno vomitato sulla base un inferno di razzi Hydra 70. A quel punto sono stati gli uomini del Joint Special Operations Command statunitense, comprendenti sia la cosiddetta Delta Force che i Navy Seal Team Six (anche se non è ancora noto quale unità sia stata utilizzata nello specifico), a farsi strada nel forte fino al bunker di Maduro. Un rifugio dotato di una panic room di solido acciaio, per evitare situazioni simili. Tanto che i parà si erano portati da Washington persino la fiamma ossidrica e tutti gli arnesi da scasso possibile. Il dittatore – forse ancora addormentato, forse fiducioso delle difese della base – si è però attardato ad entrare nella safe room ed è quindi stato catturato con ancora addosso un pigiama bianco, insieme alla moglie.

La tuta vista nella foto diffusa da Trump è stata fornita in un secondo momento per garantire la dignità al prigioniero, che è stato consegnato agli uomini della DEA (la polizia federale antidroga degli Stati Uniti) sulla portaerei USS Iwo Jima. Con Maduro in custodia e in viaggio verso il tribunale statunitense che lo giudicherà per narcotraffico internazionale di stampo terroristico, ovvero la nuova classificazione che Washington ha dato alla sua decennale guerra alla droga, Trump ha annunciato il successo dell’operazione dopo pochissime ore dal suo inizio. 

«Non siamo più lo zimbello di nessuno» ha rivendicato a favore del suo pubblico, stabilendo fermamente che il futuro politico ed economico adesso dipenderà dalle indicazioni statunitensi.

di Camillo Bosco

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