Iran, i dolori italiani in un mondo che cambia
La politica estera del governo, partita in sintonia con l’Europa, si è smarrita tra ambiguità e divisioni interne. L’Italia rischia così la marginalità nei nuovi equilibri sulla sicurezza europea
Iran, i dolori italiani in un mondo che cambia
La politica estera del governo, partita in sintonia con l’Europa, si è smarrita tra ambiguità e divisioni interne. L’Italia rischia così la marginalità nei nuovi equilibri sulla sicurezza europea
Iran, i dolori italiani in un mondo che cambia
La politica estera del governo, partita in sintonia con l’Europa, si è smarrita tra ambiguità e divisioni interne. L’Italia rischia così la marginalità nei nuovi equilibri sulla sicurezza europea
La politica estera sembrava il piatto forte, ma ha finito con lo spiazzare il governo e con quello l’Italia. Dante pensò all’Italia come «nave sanza nocchiere in gran tempesta»; qui il timoniere c’è, ma la rotta che aveva immaginato s’è persa fra i marosi e s’è finiti sbussolati. Un misto di trasformismo, furberia e sprovvedutezza ora spinge l’Italia ai margini. Non è questione di prosopopea: la vecchia politica della sedia (talora vuota) lascia il tempo che trova.
I temi del momento sono la sicurezza e la partecipazione al mercato della difesa europea, temi sui quali la navigazione a vista non è un’opzione. Perché si perde il convoglio e si diventa sugheri. A Giorgia Meloni va il merito di avere indovinato la posizione prima di andare al governo, schierandosi contro la Russia e al fianco dell’Ucraina. Non era scontato, anche perché aveva prima fatto il contrario e quando i russi invasero la Crimea (2014) scelse di avversare le già blande sanzioni europee. L’aver riconosciuto anche di avere esplicitamente ricordato quella posizione, definendola sbagliata. Antonio Tajani agli Esteri e Guido Crosetto alla Difesa sono stati i coerenti interpreti di quella svolta.
Un pezzo del governo, con la Lega, continuava ad andare in direzione opposta e questo avrebbe creato una condizione ingestibile, se non fosse che un gran pezzo dell’opposizione la pensava come Matteo Salvini (e con lui, del resto, aveva governato). Fu grazie all’Ucraina che Meloni prima e il governo poi poterono convertire una posizione orbaniana e antieuropea in una politica di positiva collaborazione con la Commissione europea e di convergenza con gli altri partner europei. Quando prese corpo la seconda presidenza di Donald Trump fu un momento sfortunato, per il mondo e per il governo Meloni, ma in quel momento non era chiaro quanto pesantemente lo fosse. Così s’accompagnò il trasformismo con la furberia: tenere il piede in due staffe, votare a favore di von der Leyen e proporsi come miglior gestore dei rapporti con la Casa Bianca. L’Italia come cerniera, assecondando una vocazione che ha radici più antiche della stessa Repubblica.
A noi già sembrava che non potesse funzionare in parte influenzati dall’antica e profonda convinzione europeista e dalla sicurezza che fuori dall’Ue gli interessi italiani naufraghino ma per un primo tempo ci si poteva illudere funzionasse. Peccato (per Meloni e per l’Ue) che a scegliere la linea dello scontro frontale, ben al di là dell’oltraggio, siano stati gli americani. Da parte europea, da parte di tutti i leader europei, s’è fatto tutto il possibile per evitarlo, ma oltre un certo limite non si è potuto ignorarlo. Il governo italiano non s’è accorto che il limite era stato superato. Due passaggi sono stati dirimenti: 1. la nascita dei Volenterosi, per non lasciare che l’appoggio all’Ucraina fosse soltanto declamatorio e per rimediare all’orribile strappo statunitense; 2. il convergere delle difese atomiche francese e inglese. In questi due passaggi l’Italia non è stata contro, ma assente, sgusciante, furbescamente dentro e fuori, finché s’è trovata sbussolata e marginalizzata. Ripetiamolo: non è una questione d’insulsa prosopopea, ma restare fuori da accordi che coinvolgono diversi altri Paesi assieme a Francia, Germania e Regno Unito è un gravissimo errore, che ricade sia sulla sicurezza che sul ruolo del nostro sistema produttivo dedicato alla difesa.
Purtroppo la sprovvedutezza ha il suo peso e sebbene continui a sperare che il ministro della Difesa non fosse in missione bambinaia in incognito, resta il fatto che il governo s’è trovato con il massimo di disinformazione interna e avventatezza nel momento peggiore e in mondovisione. Metteteci la campagna elettorale di Meloni per Orbán e la divisione interna al governo anche sul diritto di veto e valutate la deriva in balìa delle correnti. Il momento di rimediare è adesso. Meloni ricordi una cosa: la Nazione neanche esisterebbe, senza il contesto europeo. Fuori da quello la si distrugge.
Di Davide Giacalone
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