Iran: regime colpito e umiliato, ma è ancora presto per parlare di crollo
È ancora prematuro parlare di un crollo del regime in Iran, giacché è fisiologicamente troppo presto perché si possa valutare se le ferite sono più o meno mortali
Iran: regime colpito e umiliato, ma è ancora presto per parlare di crollo
È ancora prematuro parlare di un crollo del regime in Iran, giacché è fisiologicamente troppo presto perché si possa valutare se le ferite sono più o meno mortali
Iran: regime colpito e umiliato, ma è ancora presto per parlare di crollo
È ancora prematuro parlare di un crollo del regime in Iran, giacché è fisiologicamente troppo presto perché si possa valutare se le ferite sono più o meno mortali
Alla fine è stato confermato: la Guida suprema dell’Iran è morta. «Ha vissuto come Ali, è morto da martire come Hussein: Il Leader della Rivoluzione Islamica, Sua Eminenza il Grande ayatollah Khamenei, dopo una vita intera di jihad e di esistenza secondo i dettami sciiti, ha raggiunto l’immensa grazia del martirio in mezzo ai membri della sua famiglia nelle notti ricche di grazia del mese benedetto del Ramadan, per mano degli individui più criminali e ha realizzato il suo antico e ardente desiderio». La formula inserisce Khamenei nella grande tradizione degli imam sciiti, riferendosi alla prima e alla terza guida spirituale di questa branca dell’Islam. Sorvolando sulla strage di migliaia di manifestanti ordinata dallo stesso lo scorso gennaio.
Un fallimento incredibile dell’intelligence e dell’apparato di sicurezza iraniano
Al di là dei giudizi morali e storici si tratta di un fallimento assolutamente incredibile dell’intelligence e dell’apparato di sicurezza dell’Iran che, in un momento di grandissima e inaudita tensione con due nemici storici, ha comunque permesso al gabinetto di governo più apicale del suo Stato di riunirsi in un unico luogo del tutto sguarnito di difese cinetiche (intercettori) e statiche (bunker rinforzati) di fronte a possibili attacchi di decapitazione.
Difenderlo dagli sforzi israelo-statunitensi per eliminarlo sarebbe stato sicuramente difficoltoso, ma perdere il leader letteralmente alla prima salva di missili fa comprendere quanto il regime non abbia percezione delle relazioni pericolose che ha coltivato negli ultimi decenni. Per capire l’impatto, sono morti il capo dell’ufficio del leader supremo, Mohammad Mohammadi Golpayegani, il capo dell’ufficio per il coordinamento dei servizi segreti Ali Asghar Hajjazi, il capo dell’ufficio militare Mohammad Shirazi, il consigliere speciale per gli affari esteri Ali Akbar Velayati, l’assistente personale della Guida suprema (Vahid Hajjanian) e persino il figlio di Khamenei Mojtaba Khamenei. Quest’ultima vittima stronca addirittura il primo successore designato.
E il popolo iraniano appare diviso di fronte a questa strage di alti ufficiali civili e militari avvenuta nelle prime ore di guerra
E il popolo iraniano appare diviso di fronte a questa strage di alti ufficiali civili e militari avvenuta nelle prime ore di guerra. Nella notte di Teheran la gente cantava di gioia, mentre in altre città le statue legate al regime venivano abbattute o date alle fiamme (come quella del generale pasdaran [Qasem Soleimani]). Folla repressa al momento ‘soltanto’ con pistole a piombini e proiettili di gomma, mentre il regime sceglie un approccio repressivo graduale. Al mattino però è iniziata la coreografia di regime con i pianti pubblici per la perdita della Guida suprema, in parte coordinata in parte evidentemente sincera. D’altronde il sistema clerico militare gestisce circa il 40% della residua economia iraniana e, tra sinceri seguaci e gente che riceve il suo sostentamento dal circuito dei pasdaran, una piazza certamente la morte di Ali Khamenei può riempirla.
Iran, è prematuro parlare di un crollo del regime
È quindi molto prematuro parlare di un crollo del regime, giacché è fisiologicamente troppo presto perché si possa valutare se le ferite sono più o meno mortali. L’apparato dei Guardiani della rivoluzione è come il proverbiale elefante che non sa ancora se le numerose ferite che ha ricevuto l’hanno già ucciso, o se la sua mole gli permetterà di sopravvivere. In un ‘elefante’ fatto di migliaia di persone, come nel caso del sistema iraniano, questa regola è ancora più vera. Bisognerà quindi attendere e valutare le prossime mosse delle Forze armate iraniane, che nei prossimi giorni raggiungeranno inevitabilmente l’acmé del loro contrattacco missilistico.
La presunta chiusura dello stretto di Hormuz, con una nave cisterna già assaltata dai pasdaran, sarà un’altra prova della capacità iraniana di mettere in crisi le catene logistiche globali con la propria flottiglia di disturbo. Al momento la tattica iraniana sembra quella di fare più danni possibili ai vicini arabi, in modo tale che spingano gli Usa a siglare un cessate il fuoco. Una tattica che sembra già star provocando l’effetto contrario, spazzando via le poche simpatie residue arabe sunnite per gli iraniani sciiti.
La notizia più strana di ieri sta venendo invece ignorata. Nel complesso sistema di successione pensato per rende la morte dell’ayatollah supremo a prova di colpo di Stato, è stato il vicepresidente iraniano Mohammad Reza Aref ad annunciare che prenderà in mano il controllo del Paese sotto condizioni di guerra.
Cina e Russia guardano con inquietudine la difficile situazione dell’Iran
Intanto, Cina e Russia guardano con inquietudine la difficile situazione di un alleato. Sia come nuova prassi statunitense di utilizzare le trattative come distrazione prima di un attacco, sia per la possibile eliminazione di un altro (dopo il Venezuela) fornitore di greggio a buon mercato per Pechino. Un ‘accerchiamento energetico’ che potrebbe influire anche nel surriscaldato Teatro dell’Oceano Pacifico.
di Camillo Bosco
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