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La Birmania scivola verso la guerra civile

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La Birmania scivola verso la guerra civile

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La Birmania scivola verso la guerra civile

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Con una sentenza descritta da molti osservatori come «un omicidio politico», lunedì un tribunale del Myanmar ha condannato a quattro anni di carcere Aung San Suu Kyi e l’ex presidente birmano Win Mynt. Incitamento ai disordini e violazione delle norme anti-pandemia: queste le accuse contro i leader del governo civile deposto a febbraio da un colpo di Stato militare che ha interrotto un decennio di lenta e contraddittoria transizione verso la democrazia nel Paese del Sud-Est asiatico.

Dopo la grazia parziale concessa dal capo della giunta, la pena è stata ridotta a due anni di galera che Suu Kyi dovrà scontare in una località segreta e isolata dal mondo.

Il verdetto di questa settimana del tribunale di Nay Pyi Taw è solo il primo di una serie di casi aperti contro l’ex icona della democrazia in Birmania che potrebbero portare a una condanna complessiva superiore ai cento anni di carcere: le accuse vanno dalla corruzione all’aver diffuso segreti di Stato fino all’importazione illegale di walkie talkie. «L’uso della giustizia penale rappresenta una linea più dura rispetto ai regimi militari del passato» spiegava Mark Farmaner, direttore di Burma Campaign. «Questo dovrebbe essere un campanello d’allarme per chi ancora spera ci possa essere un compromesso: il regime militare non è disposto a negoziare una sua uscita di scena dal potere». Negli ultimi dieci mesi i metodi usati dalla giunta per reprimere il dissenso si sono fatti sempre più brutali. Secondo un’organizzazione birmana per i diritti umani, dal giorno del golpe oltre 1.300 attivisti pro democrazia sono stati uccisi nel Paese: il Myanmar è considerato oggi il posto più pericoloso al mondo dove scendere per le strade.

Mentre le agenzie delle Nazioni Unite mettono in guardia che la Birmania sta precipitando in una grave crisi economica e sanitaria, nel Paese non si ferma però la resistenza al governo militare.

Domenica mattina un piccolo gruppo di giovani attivisti – quasi tutti parte di quella generazione Z che anima i movimenti pro democrazia della Milk Tea Alliance in giro per l’Asia – ha manifestato a Yangon contro il regime aprendo uno striscione rosso con su scritta la celebre frase di Aung San Suu Kyi «L’unica vera prigione è la paura e l’unica vera libertà è la libertà dalla paura». Pochi minuti dopo su quel flash mob è piombato a tutta velocità un camion dell’esercito che ha falciato i manifestanti. Secondo giornalisti birmani, il bilancio è stato di cinque morti e diversi manifestanti arrestati. Poche ore dopo la notte della più importante città della Birmania è tornata a riempirsi del rumore delle pentole sbattute alle finestre, come già nelle prime settimane successive al golpe. Intanto in diverse aree del Paese si è organizzata la People’s Defence Force. Dopo che a settembre il governo parallelo formato dagli eletti della Lega nazionale per la Democrazia ha lanciato una ‘guerra difensiva’ contro la giunta, si sono moltiplicati attacchi e sabotaggi di posti di blocco, obiettivi militari e infrastrutture strategiche per il regime.

Negli ultimi mesi in Myanmar si sono registrate centinaia di esplosioni e la resistenza rivendica di aver ucciso quasi tremila militari.

Anche se non sono chiare le capacità di coordinamento tra i gruppi e ci si interroga su quanto possa essere efficace la guerriglia contro uno degli eserciti più grandi del Sud-Est asiatico, diversi osservatori ammoniscono che la Birmania è sempre più vicina a scivolare in una lunga guerra civile nel cuore di una delle regioni più dinamiche del mondo.   Di Francesco Radicioni

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