La cultura della vita e quella della morte
| Esteri
Mentre a Mount Herzl si inneggiava all’amore, i terroristi facevano l’elogio dell’odio. È qui la differenza fra Israele, che ama la vita, e Hamas, che ama la morte
La cultura della vita e quella della morte
Mentre a Mount Herzl si inneggiava all’amore, i terroristi facevano l’elogio dell’odio. È qui la differenza fra Israele, che ama la vita, e Hamas, che ama la morte
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La cultura della vita e quella della morte
Mentre a Mount Herzl si inneggiava all’amore, i terroristi facevano l’elogio dell’odio. È qui la differenza fra Israele, che ama la vita, e Hamas, che ama la morte
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AUTORE: Anna Mahjar Barducci
Gerusalemme – Mount Herzl è il cimitero nazionale di Israele, dove sono seppelliti i caduti in guerra e dove si trova il memoriale per le vittime di terrorismo. È l’ultima stazione del tram a Gerusalemme ed è situato sulla stessa collina in cui è presente lo Yad Vashem, il museo dell’Olocausto.
In questo ultimo mese di guerra a Gaza sono molti i soldati la cui memoria è stata onorata a Mount Herzl. Uno fra questi è Moshe Leiter, riservista di 39 anni, membro della brigata di fanteria “Givati”, ucciso da un esplosivo mentre stava ispezionando l’entrata di un tunnel di Hamas a Gaza. Al suo funerale, che si è svolto in una giornata piovosa d’autunno, erano presenti centinaia di persone: familiari, amici, compagni di brigata ma anche semplici cittadini, che hanno voluto partecipare al commiato per mostrare affetto e sostegno alla moglie e ai figli ancora piccoli.
La cerimonia non era pomposa, ma semplice. I partecipanti erano in piedi, all’aperto, fra le tombe di altri ragazzi appena ventenni. In lontananza c’era una madre seduta su una seggiola, con la bandiera di Israele sulle spalle, che abbracciava la tomba del figlio. Un’altra madre di origine etiope camminava con lo sguardo sperso, indossando una maglietta con la foto di suo figlio morto da poco al fronte. In uno stretto corridoio, mentre il vento soffiava forte sugli alberi facendo cadere le foglie sui partecipanti, è poi passata la bara di Leiter, con i figli e la moglie che la seguivano camminando silenziosi a sguardo basso.
A dare supporto alla giovane vedova c’erano anche i membri dell’unità del riservista, morto assieme ad altri due compagni. Molti di loro erano feriti: uno aveva perso le gambe, un altro era sfregiato al volto da schegge di esplosivi e aveva alla mano ancora la flebo dell’ospedale. Seppur ancora convalescenti, avevano indossato la divisa e deciso di essere presenti fino all’ultimo al fianco del loro amico.
Dal microfono, un compagno di brigata – mentre si sentiva il pianto straziante della moglie – ha ricordato di come Leiter amasse ballare, studiare, imparare dagli altri. Ha poi ricordato alla famiglia del soldato deceduto che non è sola e che il legame che unisce i compagni di brigata è «per sempre». Quando ha poi iniziato a parlare la moglie, tutti i partecipanti si sono commossi ed era difficile trattenere le lacrime. Ha ricordato a ognuno dei figli che il padre, che adesso è «luce», vive in loro perché ognuno di loro ha la pazienza, la generosità, la passione di «aba» (papà). Nel suo discorso non c’era nemmeno un accenno di odio per coloro che hanno ucciso suo marito. Le sue parole erano un inno alla vita, all’amore e un insegnamento sulla necessità di doversi rialzare, anche quando non si vede alcuna speranza.
Negli stessi giorni i telegiornali arabi avevano trasmesso le immagini del funerale di un terrorista legato ad Hamas. Centinaia di uomini trasportavano il corpo del militante, avvolto dalla bandiera palestinese con sopra un mitra, mentre brandivano armi e urlavano in coro la loro volontà di voler uccidere ebrei e «il nemico sionista».
Mentre a Mount Herzl si inneggiava all’amore, i terroristi facevano l’elogio dell’odio. Ed è proprio qui che giace la differenza fra Israele, che ama la vita, e Hamas, che ama la morte.
di Anna Mahjar Barducci
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