La difficile e confusa exit strategy di Trump
Il Presidente Donald Trump sembra aver raggiunto una “chiara” consapevolezza: è necessario venir fuori dall’operazione “Epic Fury”
La difficile e confusa exit strategy di Trump
Il Presidente Donald Trump sembra aver raggiunto una “chiara” consapevolezza: è necessario venir fuori dall’operazione “Epic Fury”
La difficile e confusa exit strategy di Trump
Il Presidente Donald Trump sembra aver raggiunto una “chiara” consapevolezza: è necessario venir fuori dall’operazione “Epic Fury”
Forse per la prima volta da 11 giorni a questa parte abbiamo una strategia: una exit strategy, per essere più precisi.
Ancora confusa, indeterminata, da pianificare e ovviamente realizzare, ma “l’ultimo” Donald Trump è un presidente che sembra avere chiara la necessità di venir fuori dall’Iran, prima che l’operazione “Epic Fury” si tramuti in una trappola mortale in vista delle elezioni di mid term del prossimo mese di novembre.
Perché di questo stiamo parlando: oltre le roboanti parole sul nucleare iraniano, le basi missilistiche, l’esercito e la marina degli ayatollah distrutti e la teocrazia che deve fare quello che decide Washington, appena il prezzo del petrolio è andato fuori controllo per 12 ore, il Presidente degli Stati Uniti è stato costretto a un precipitoso, lungo e per certi aspetti sorprendente intervento.
Per quanto riguarda il prezzo del greggio, ieri le sue parole hanno funzionato, garantendo una giornata buona ai mercati, ma solo questo.
Ne sono seguite ore di stallo, con il “trionfale” particolare della smentita a stretto giro piovuta ieri mattina dal leader israeliano Benjamin Netanyahu. Così, non solo i bombardamenti sono continuati come ampiamente previsto ma il Pentagono li ha definiti i “più duri” dall’inizio della guerra.
Gli Usa non possono restare impantanati e questo Trump lo sa benissimo: come si è plasticamente visto 24 ore fa, è lui ad avere molta più fretta di Netanyahu.
Quest’ultimo e certo non a caso ha indirizzato buona parte dei propri sforzi e delle proprie risorse militari sul Libano, per completare il lavoro di eradicazione di Hezbollah.
È Trump a essere comprensibilmente preoccupato dai sondaggi che gli piovono ogni mattina sulla scrivania, è lui a sapere che una variazione della spesa degli americani al distributore di benzina – anche non catastrofica – potrebbe contare molto di più dell’ambiguo progetto di cambio di regime in Iran o almeno di addomesticamento degli ayatollah.
Su un punto vogliamo essere molto chiari: le nostre critiche – più che altro i nostri dubbi – non riguardano in alcun modo il giudizio sul regime di Teheran. Che quest’ultimo non possa dotarsi dell’arma atomica è il minimo per chiunque conservi razionalità e buon senso. Parliamo di una delle peggiori dittature dei tempi recenti, di un potere sclerotico, brutale, orrendo e responsabile negli ultimi mesi di decine di migliaia di morti fra i suoi stessi cittadini. Colpevoli solo di aver chiesto una prospettiva di libertà.
Nessun dubbio è accettabile sulla necessità di eliminare i loro progetti fanatici, il problema è capire come. Parlare di “soluzione venezuelana”, in una realtà diversissima da quella di Caracas per infiniti motivi, significa solo procrastinare il problema di mesi o – a essere ottimisti – di qualche anno. Ci siamo già passati a giugno.
Di Fulvio Giuliani
La Ragione è anche su WhatsApp. Entra nel nostro canale per non perderti nulla!
Leggi anche