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La furia di Trump, le commedie e le finte

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Il Presidente Donald Trump ripete: “Il lavoro è finito” ma, di fatto, Washington non dà segnali e tempistiche

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La furia di Trump, le commedie e le finte

Il Presidente Donald Trump ripete: “Il lavoro è finito” ma, di fatto, Washington non dà segnali e tempistiche

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La furia di Trump, le commedie e le finte

Il Presidente Donald Trump ripete: “Il lavoro è finito” ma, di fatto, Washington non dà segnali e tempistiche

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Sullo sfondo della guerra in Iran, abbondano i giochi di finte e contro finte. Quelli del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump sono ben noti, con l’ossessivo ripetere che “Il lavoro è finito”, “L’Iran è battuto e prostrato”, “Non ci sono più obiettivi da colpire, navi da affondare, strutture nucleari da distruggere”.
Nonostante ripeta tutto questo giorno dopo giorno, la realtà è che il tempo passa e Washington non dà la minima sensazione – come dallo scorso 28 febbraio – di sapere quanto possa durare il conflitto, con quali sviluppi di carattere militare e soprattutto perseguendo quale obiettivo finale. Non va mai dimenticato, infatti, che Israele continua a ripetere di volere il rovesciamento del regime degli ayatollah (come?), mentre gli Stati Uniti si trincerano sempre dietro la cancellazione del programma nucleare.

Dichiarazioni roboanti a parte, battute e smorfie tipiche dell’armamentario trumpiano, c’è un dato di fatto concreto che supera tutto: il ministro della Guerra Pete Hegseth ha chiesto 200 miliardi di dollari al Congresso per condurre l’attacco all’Iran, dopo averne bruciati più di 13 in meno di tre settimane. Lo ha fatto aggiungendo: “Dateci questi soldi perché dobbiamo uccidere i cattivi”.
Che se non fosse stato pronunciato dal capo del Pentagono rivolgendosi al Parlamento degli Stati Uniti d’America ci sarebbe da credere di essere precipitati nella sceneggiatura di Quarto Potere.

La commedia degli equivoci, però, riguarda eccome anche gli alleati degli americani. Intendiamo quelli che la guerra non la fanno e non hanno alcuna intenzione di farla. Il comunicato dei sei Paesi – poi diventati sette, con l’aggiunta del Canada a Gran Bretagna, Germania, Francia, Paesi Bassi, Italia e Giappone – che si sono dichiarati disponibili alla “liberazione” dello Stretto di Hormuz è stato compilato in modo da non dire assolutamente nulla e impegnarsi ancor meno.
Con la “finezza” diplomatica di aver fatto ripetuti accenni alle Nazioni Unite e nessuno agli Stati Uniti o Israele, provocando la scontata reazione negativa del capo della Casa Bianca, che ieri ha definito gli alleati “codardi”. Non male.
Solo che in questa commedia degli equivoci, delle finte aperture e dei reali allontanamenti il conflitto e le sue conseguenze si incancreniscono sempre più. Trump a parte, ammesso che sia possibile mettere da parte il presidente americano anche solo per un istante, i Paesi europei, come Giappone, Canada, Corea del sud e tanti altri cominciano a fare i conti con problemi energetici concreti.

Le pubbliche opinioni si agitano e finiscono per ritenere responsabili i propri governi, almeno al pari di Washington, se il prezzo della benzina schizza in alto o la bolletta del gas minaccia di mordere.
Tutto questo mentre non si ha il minimo segnale di un collasso del regime iraniano. Potrebbe sempre avvenire di colpo e senza avvisaglie ma qui siamo ridotti alle ipotesi o, al più, alle pie speranze.

Di Fulvio Giuliani

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