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La rivolta in Iran raccontata da Samira Ardalani

Samira Ardalani, rappresentante dei giovani iraniani residenti in Italia, ci spiega perché questa volta è diverso: “L’Iran prima di Mahsa Amini non esiste più”

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Se la Nazionale iraniana ha scelto il silenzio – rifiutandosi di cantare l’inno poco prima della partita contro l’Inghilterra ai Mondiali in Qatar – l’Onu il silenzio lo ha rotto ufficialmente soltanto martedì scorso, chiedendo una moratoria sulla pena di morte recentemente votata dal Parlamento teocratico per i manifestanti contro il regime.

È inevitabile chiedersi che atteggiamento debba avere l’Occidente nei confronti di un Paese siffatto. Se lo domanda Samira Ardalani, rappresentante dell’associazione che riunisce i giovani iraniani residenti in Italia: «Una delle richieste che la Resistenza rivolge alla comunità internazionale è l’interruzione di ogni relazione diplomatica con l’Iran, quindi la chiusura delle ambasciate che oggi sono luoghi che non rappresentano più il popolo iraniano e che, al contrario, vengono usati come punti d’appoggio per lo spionaggio. Durante le manifestazioni che abbiamo fatto anche qui in Italia, abbiamo per esempio notato in più di un’occasione certi personaggi che erano lì solo per filmare i presenti». Samira, 27 anni e grinta da vendere, è attivista e dissidente come lo sono stati a suo tempo i suoi genitori, scappati dall’Iran nei sanguinosi anni Ottanta e accolti in Italia con un visto per asilo politico. «Vorremmo inoltre che i pasdaran (le guardie della rivoluzione islamica, ndr.) fossero inseriti nella lista delle organizzazioni terroristiche» aggiunge. «E per quanto riguarda le sanzioni, queste non sono sufficienti. A parte un paio di tweet della presidente Meloni, non abbiamo ancora visto una condanna ferma e ufficiale da parte del governo per quello che sta accadendo nel nostro Paese».

Che accada o meno, gli iraniani vanno avanti e non si fermano nemmeno davanti alla possibilità di finire in carcere oggi o appesi a un cappio domani. «Questa rivoluzione è diversa dalle altre» continua questa studentessa di medicina che sogna un futuro da dermatologa o ginecologa e che non ha mai potuto conoscere una parte della famiglia che ancora sta in Iran. «Questa volta viene chiesto apertamente il ribaltamento del regime tramite slogan in cui si grida “Abbasso la teocrazia! Abbasso il leader supremo! Abbasso Khamenei!”. Si è capito che questo regime non è riformabile in nessun modo. È un processo da cui ormai non si può più tornare indietro: l’Iran del 15 settembre (il giorno precedente a quello in cui venne massacrata di botte Mahsa Amini, la ragazza che indossava male il velo, ndr.) non esiste più».

Samira ha tutto l’entusiasmo dei suoi anni e forse vede lì dove noi non riusciamo ad arrivare. Le nuove generazioni iraniane usano i social network, hanno visto con i loro occhi le libertà di cui godono i loro coetanei nel mondo e sono disposte a tutto. Per questo non sorprende che una delle prime iniziative del regime sia stata quella di allungare i suoi tentacoli su Internet. Nonostante il blocco della Rete, in un Paese che è grande cinque volte l’Italia le manifestazioni continuano trasversalmente su tutto il territorio, segno di una regia che coordina l’intera Resistenza, alla quale partecipano soprattutto donne. «Si protesta dai quartieri più ricchi di Teheran alle campagne» spiega Samira. «Ci sono i curdi iraniani come i beluci del Belucistan, la regione che ha pagato il prezzo più alto in termini di vite, con 100 morti in un solo giorno, eppure ogni venerdì dopo la preghiera il loro è ormai un appuntamento fisso».

Questa è la battaglia di tutti, in cui tutti sono disposti a perdere qualcosa. Come le attrici Henameh Ghaziani e Katayoun Riahi, entrambe famosissime in patria, che hanno appena espresso su Instagram la propria vicinanza ai manifestanti. Lo hanno fatto senza velo e sono state arrestate.

 

Di Ilaria Cuzzolin

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