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Mazen al Hamada

L’attivista siriano Mazen al Hamada, nella foto l’espressione dell’orrore

È Mazen al Hamada: questa fotografia lo mostra come era. Come è sempre stato: perseguitato per avere creduto che una civiltà non possa annichilire nell’orrore

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L’attivista siriano Mazen al Hamada, nella foto l’espressione dell’orrore

È Mazen al Hamada: questa fotografia lo mostra come era. Come è sempre stato: perseguitato per avere creduto che una civiltà non possa annichilire nell’orrore

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L’attivista siriano Mazen al Hamada, nella foto l’espressione dell’orrore

È Mazen al Hamada: questa fotografia lo mostra come era. Come è sempre stato: perseguitato per avere creduto che una civiltà non possa annichilire nell’orrore

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È Mazen al Hamada: questa fotografia lo mostra come era. Come è sempre stato: perseguitato per avere creduto che una civiltà non possa annichilire nell’orrore

Ci sono fotografie che colgono la luce, ben al di là di ciò che mostrano; immagini che evocano bellezza assoluta, anche quando rivelano aspetti della vita che è difficile ammettere come reali.

È Mazen al Hamada: la fotografia lo mostra come era. Come è sempre stato: perseguitato per avere creduto che una civiltà non possa annichilire nell’orrore; aveva immaginato di potersi ribellare, di dover rifiutare il modello di società oscurata, illiberale e spietata creato dal sistema Assad. 

La rivolta siriana aveva generato l’illusione; la repressione del regime la spense nel mattatoio; Mazen al Hamada fu trascinato nell’incubo delle torture, della violenza infinita che sopprime tutto ciò che è diritto di ogni uomo: essere umano. 

Il suo corpo dovette assorbire i segni della sofferenza, perché i macellai erano convinti che quelle ferite, trasformate in marchio, avrebbero spento la ribellione. Venne liberato e poté esiliarsi nella civiltà. L’Olanda: evadere e vivere protetto dalla normalità. 

Durò poco questo esilio, perché l’inquietudine indotta dal distacco dal suo paese, dalla lontananza dai suoi, indusse il ritorno. Fu nuovamente orrore e sofferenza sino alla fine. Questa la storia di Mazen, l’uomo nella fotografia.   

Di lui è rimasta questa immagine; quanto avvenuto nei giorni scorsi la rende simbolo prezioso, indice della vittoria delle sue ansie di ribellione: la dittatura è vinta; il futuro forse incerto, ma esiste la possibilità che la civiltà possa prevalere.

Tutto questo mostra la fotografia: il volto è inevitabilmente segnato da una sofferenza alla quale non siamo abituati, che non conosciamo o che preferiamo non vedere: il riflesso della barbarie. 

Ma, il suo sguardo, che pure rivela un dolore che difficilmente è dato immaginare, a chi sa vedere, mostra una infinita dolcezza: le lacrime che segnano il viso, non esprimono più sofferenza e sconfitta ma finalmente la felicità per un sacrificio che non è stato vano.

Questa fotografia deve essere custodita: l’Uomo non è orrore; la civiltà il destino.

di Cesare Cicorella

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