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Le anime morte dei siloviki

La truffa pluriennale delle spie di Mosca contro il loro stesso governo.

Panico tra i siloviki, gli uomini della sicurezza di Mosca: questa volta qualcuno ha rubato troppo. Alla notizia degli arresti domiciliari del colonnello generale Serghej Orestovich Beseda, capo della Quinta sezione della Federál’naja služba bezopásnosti (meglio nota in Occidente come Fsb) e del suo vice Anatolij Boljukh si era pensato a un fisiologico giro di vite ordinato dal Cremlino dopo la fallita blitzkrieg contro il Paese dei girasoli. La Quinta sezione si occupava infatti principalmente del dossier Ucraina, e già questo è indicativo dell’atteggiamento di Putin verso il suo vicino ex sovietico: assegnare uno Stato estero alle attenzioni di un’agenzia nata con lo scopo di occuparsi degli affari interni della Federazione Russa è decisione tanto ideologica quanto pericolosa.

Va inoltre ricordato come lo stesso Beseda fosse presente a Kyiv nel 2014 quando, durante le manifestazioni Euromaidan, cecchini mai identificati uccisero 87 persone tra attivisti e poliziotti, segnando un punto di non ritorno nella crisi del governo Yanukovych. Da anni quindi Serghej e Anatolij si occupavano del problema a Sud Ovest, cercando di infiltrare la longa manus russa in Ucraina. Saputo del loro arresto, il direttore esecutivo di “Bellingcat” Christo Grozev ha provato a chiamarli al loro numero privato per ottenere una dichiarazione.

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Non avendo ricevuto risposta ha chiesto quindi alle sue fonti interne negli apparati moscoviti, scoprendo che questa rimozione non rappresentava una semplice purga bensì l’inizio della punizione per un’appropriazione indebita di portata colossale: peranni il Cremlino avrebbe stanziato cifre ingentissime in un’operazione per creare una quinta colonna filorussa nelle università, nei sindacati, nei partiti politici, nei servizi di sicurezza e nell’esercito ucraini, con l’intento di preparare il terreno “all’operazione militare speciale” dello scorso febbraio. «Da!» hanno risposto Beseda e Boljukh, consci che le aspettative dello zar non vanno contraddette se si vuole rimanere alla Lubjanka, creando così una lista di anime morte di gogoliana memoria che ha permesso loro di intascare miliardi di rubli per conto di un esercito di spie inesistenti. Non sappiamo se i due abbiano davvero provato a creare tale rete e si siano decisi per la truffa dopo averne constatato l’impossibilità attuativa oppure se l’avidità abbia giocato un ruolo preponderante sin dall’inizio.

Sta di fatto che la messinscena è stata comunque foraggiata dalla produzione per anni di rapporti confidenziali in cui di volta in volta il governo ucraino era definito marcio e inefficace, la popolazione raffigurata stanca e pentita della richiesta di adesione all’Unione europea, l’esercito descritto sotto equipaggiato e demotivato. Mentre gli ucraini combattono e resistono, le due spie sanno che i loro giorni migliori sono ormai alle spalle. «Sì, la spiaggia è aperta, ma in questo momento è minata quindi è meglio non andarci» risponde al telefono il concierge dell’Hotel Odessa dell’omonima città davanti a un attonito Neil Hauer, giornalista canadese della “Cnn”. Chissà se all’altro capo non ci sia un agente dei servizi segreti del Cremlino intento a raccogliere informazioni, al massimo delle sue abilità professionali, per il prossimo attacco.

 

di Camillo Bosco

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