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Le mille domande sui Lego gender-neutral

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Il colosso danese lancia una nuova linea di giocattoli gender-neutral. E chi si indigna casca nel tranello: mettere un’etichetta ai pupazzi che non ne hanno
Lego gender-neutral

Le mille domande sui Lego gender-neutral

Il colosso danese lancia una nuova linea di giocattoli gender-neutral. E chi si indigna casca nel tranello: mettere un’etichetta ai pupazzi che non ne hanno
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Le mille domande sui Lego gender-neutral

Il colosso danese lancia una nuova linea di giocattoli gender-neutral. E chi si indigna casca nel tranello: mettere un’etichetta ai pupazzi che non ne hanno
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Un coniglio-cyborg rosa e azzurro, una spadaccina dai capelli viola, un guerriero un po’ fricchettone. Guardi i giocattoli e dici: che c’è di strano? Poco o niente, considerato che si tratta di “Dreamzzz”: la nuova gamma Lego ambientata in una sedicente terra dei sogni dove tutto è possibile, figurarsi l’estetica. Eppure il caso è già alla ribalta della cronaca. Perché questa, per stessa rivendicazione del colosso danese, sarebbe la prima tappa del rebranding aziendale che già da un paio d’anni si vociferava attorno ai mattoncini più celebri di sempre: rendere le proprie creazioni gender-neutral. Il lancio ufficiale di “Lego Dreamzzz” – sul mercato globale entro agosto – sta rimbalzando in lungo e in largo. Fino all’Australia, dove un’edizione locale del “Daily Mail” racconta come in ambienti accademici e religiosi sia salita «la preoccupazione per l’indottrinamento woke nei confronti dei bambini». A partire dai pupazzetti da costruire. È un dibattito più surreale della terra dei sogni. La tesi degli indignati sostiene che i bimbi fino ai 12 anni, il principale target della Lego, sarebbero troppo naif per comprendere le complessità della teoria gender. E su questo pochi dubbi, da qualunque lato la si guardi. La casa di giocattoli ha invece spiegato di voler combattere gli stereotipi negativi e abbattere l’asimmetria di genere. Smarcandosi da quella vocazione maschile che fin dal 1932 – anno di fondazione – è stata tradizionalmente attribuita alla Lego e alle sue innumerevoli collezioni. Qui però casca l’asino. Perché la “missione inclusività” non consiste nel riequilibrare la produzione di poliziotti o scienziati in formato omini gialli rispetto alle loro controparti femminili sottorappresentate, ma nell’inventare personaggi nuovi, ibridi, asessuati. Come d’altronde è sempre stata percepita la gran parte dei giocattoli non antropomorfi. Quella di Lego insomma è una classica operazione commerciale. Tra fisiologico rinnovamento e pubblicità per il crescente mercato Lgbtq. La miopia di chi grida allo scandalo fa esattamente il gioco dell’azienda, che altro non vuole che farsi chiamare “senza genere”: a differenza dei molteplici casi di rimozione culturale o pulizia letteraria (quella sì, pericolosa deriva del politicamente corretto), affibbiare etichette ai giocattoli è innocuo onanismo da adulti. Sono loro, nel bene e nel male, a trasmettere costrutti mentali ai più piccoli. Date un mostriciattolo di plastica a un bambino e succederà qualcosa di sorprendente: inizierà a giocare. Senza badare a quant’è rosa o azzurro. Fino a quando glielo farà notare qualcuno, per esempio Lego, affermando il contrario. di Francesco Gottardi  

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