Luci e ombre al G20 speciale sull’Afghanistan, voluto dalla presidenza italiana. Le luci sono sostanzialmente tre: a. si tratta della prima iniziativa e concreta risposta multilaterale alla crisi umanitaria apertasi dopo il ritiro delle truppe occidentali; b. gli aiuti economici che sono messi a disposizione non comportano un riconoscimento del governo talebano, che dipenderà da altri fattori e, soprattutto, dai fatti e non dalle loro parole; c. le somme stanziate sono importanti, destinate a tenere in piedi il sistema dei pagamenti e quello produttivo, con l’Unione europea, per iniziativa della Commissione, che mette a disposizione un miliardo di euro.
L’ombra è una, ma moltiplicata per due: l’assenza di Cina e Russia. Si può provare a ridimensionarne il significato e Mario Draghi ha sottolineato che la loro presenza sarà importante al prossimo G20, previsto per la fine di questo mese, ma l’oscurità che proietta è resa ancora più scura dalla dichiarazione russa di ritenere fondate le pretese cinesi su Taiwan. I fronti della guerra fredda si ricompongono, sebbene in uno scenario del tutto diverso da quello che ha accompagnato il mondo dalla fine della Seconda guerra mondiale fino al crollo dell’Unione sovietica. Si ricompongono con uno squilibrio sul fronte orientale: adesso è la Cina il soggetto più forte.
Per muoversi su un terreno così difficile e scongiurare il pericolo più grosso, ovvero che l’Afghanistan venga utilizzato come pedina su uno scacchiere in cui ha un ruolo secondario, si è cercata la sponda dell’Onu. Che, si badi bene, non è un mandare la palla in tribuna, ma il modo per formulare la prima richiesta e condizione rivolta ai talebani: gli osservatori internazionali, che seguiranno e cureranno il fluire degli aiuti umanitari, devono potere avere libertà di accesso e movimento. In caso contrario la macchina si fermerà.
L’Occidente, del resto, si trova da una parte a dovere riconoscere una sua responsabilità, che non consiste certo nell’avere provocato la crisi afghana (su questo si sia chiari), ma nel non avere continuato all’infinito a sopirla e finanziarla; dall’altra a essere la meta di una marea umana che chiede di andare via e che non è certo limitata ai ‘collaboratori’ fin qui evacuati da europei, statunitensi e canadesi. L’intervento umanitario serve anche a questo: a evitare che quell’onda diventi incontenibile. E, del resto, meglio spendere per rendere accettabile la permanenza nel Paese e possibile un rapporto con quel governo, piuttosto che spendere per finanziare turchi che non solo guadagnano con gli emigranti, ma avanzano condizioni sempre più politiche (come l’ingresso dei loro cittadini in Unione europea).
Era difficile immaginare un G20 risolutivo. Era sperabile qualche cosa di più. Si tratta di un passo comunque positivo e importante. Il lavoro, ora, consiste nel tenere accese le luci e non lasciare che si allarghino le ombre.
di Gaia Cenol
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Tag: Draghi, Von Der Leyen
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