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La mano di Macron

Messi in fila, questi serie di dati politici spiegano bene perché domenica, appresa la sconfitta, Macron abbia deciso di andare a nuove elezioni

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Messi in fila, questi serie di dati politici spiegano bene perché domenica, appresa la sconfitta, Macron abbia deciso di andare a nuove elezioni

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Messi in fila, questi serie di dati politici spiegano bene perché domenica, appresa la sconfitta, Macron abbia deciso di andare a nuove elezioni

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Messi in fila, questi serie di dati politici spiegano bene perché domenica, appresa la sconfitta, Macron abbia deciso di andare a nuove elezioni

Un leader non basta per sempre. Se c’è una riflessione politica, non gossippara o partigiana, che il risultato delle elezioni europee in Francia solleva, ebbene questa riguarda la differenza, nel medio periodo, fra un partito che ha un suo leader e un leader che è – di fatto – lui stesso il partito. L’ascesa politica e le vittorie di Emmanuel Macron in Francia nascono infatti da lui e basta. Sua l’invenzione di ‘mettersi in marcia’ e giocarsi la partita. È lui l’artefice di un nuovo spazio nell’offerta politica francese dove la crisi dei socialisti e dei gollisti era in corso da tempo. Un’invenzione che lo ha portato a vincere le presidenziali francesi nel 2017 – diventando il più giovane presidente nella storia della Repubblica – e a rivincerle cinque anni più tardi. Ma poiché il tempo logora le leadership, anche le più carismatiche e talentuose, ecco che dopo la vittoria nelle presidenziali i francesi, quando sono stati poi chiamati a votare per l’Assemblea nazionale – il che è accaduto pochissimo tempo dopo – avevano già cambiato un po’ idea (seppur senza esagerare, come nelle europee di quest’anno).

Messi in fila, questi dati politici spiegano bene perché domenica, appresa la sconfitta, Macron abbia deciso di andare a nuove elezioni. Primo perché è nella sua natura di giocatore politico (altrimenti non sarebbe mai diventato presidente) e secondo perché aspettare, senza avere alle spalle un partito strutturato (nel senso tradizionale del termine), non farebbe altro che aumentare il suo logoramento. Basterà a risalire e battere la destra di Marine Le Pen che si presenta con la faccia del giovane Jordan Bardella, già annunciato come candidato a capo del governo? Lo vedremo. Di certo, però, una campagna elettorale nazionale attaccata e praticamente in continuità con quella per le europee permette a Macron di giocarsi la partita da agonista – quindi da leader – e di superare le fragilità del suo partito. Per vincere, ma questo lo sa bene, il presidente francese dovrà puntare ad allearsi con i socialisti e con i verdi (cosa che in passato aveva sempre evitato), anche se dal rinato socialismo francese hanno fatto già sapere che sciogliere l’Assemblea nazionale sarebbe stato secondo loro un errore e un favore alle destre.

E qui viene fuori l’altro aspetto che riguarda non solo Macron ma tutta la politica francese. Dopo alcuni decenni, la chiamata alla concordia nazionale fra tutti i partiti diciamo moderati e riformisti per fermare la destra in Francia non funziona più. Del resto da quando Jacques Chirac, nel 2002, chiamò tutte le forze politiche francesi a unirsi per fermare la destra di Jean Marie Le Pen (il babbo di Marine) son passati 22 anni, che in politica sono un’eternità. Oggi ripetere quell’operazione appare assai improbabile perché sono cambiati i francesi e la loro percezione (in gran parte) della destra. Il che è una buona occasione, per Macron, per rilanciare la politica. Da leader, certo, ma puntando stavolta a non bastare a sé stesso. Allargando. Perché la scommessa riesca, ovviamente, occorre un altro incastro: che i redivivi socialisti e i verdi francesi diano la precedenza alle strategie e alle alleanze politiche e non a prendersi una rivincita su Emmanuel Macron. Non sarebbe saggio. Primo perché li condannerebbe alla sconfitta (quasi) sicura. Secondo perché Macron ha già vinto due volte e una rivincita del genere, per loro, arriverebbe fuori tempo massimo. E soprattutto sarebbe inutile.

di Massimiliano Lenzi

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