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C’è un filo che lega la difesa europea a quel che accade a Gaza e a quel che accade attorno a noi

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C’è un filo che lega la difesa europea a quel che accade a Gaza e a quel che accade attorno a noi

C’è un filo che lega la difesa europea a quel che accade a Gaza e a quel che accade attorno a noi. Nella stagione della Guerra fredda, con l’eccezione della Francia e del Regno Unito – che sono potenze nucleari regionali – l’Europa occidentale è stata l’area del dislocamento della difesa Nato e dei missili nucleari statunitensi. Nella stagione successiva, apertasi con il crollo sovietico, l’Europa s’è riunificata e l’Unione europea allargata in un clima di pace apparentemente eterna e con un mercato divenuto globale, mentre l’onere della difesa teorica era a carico degli americani. È stato bello, ma quel mondo è finito. Se si mette mano alle armi il peso politico e diplomatico di ciascuno è legato al peso della sua difesa. Né in Medio Oriente né in Ucraina possiamo più permetterci di fare i predicatori di pace e i predicatori di commercio.

Durante i mesi in cui l’amministrazione statunitense s’è impantanata nei rinvii del voto parlamentare, l’Ue ha coperto bene il vuoto ed esercitato un’ottima copertura politica dell’Ucraina. I nostri contributi bellici non sono stati all’altezza perché non abbiamo più granché da dare, in termini di armi. Durante i mesi della spinta militare israeliana a Gaza non è che non si sia cercato di influire per convincere a guardare oltre la legittima reazione all’attacco subìto dai terroristi di Hamas, è che non siamo andati oltre la predicazione. L’Iran corre verso l’atomica e vuole cancellare Israele, ma noi non abbiamo una deterrenza tale da potere esercitare un ruolo minacciosamente dissuasivo. Andando oltre la predicazione possiamo giungere alla maledizione, ma niente di più. Se si vuole mirare a un ruolo politico internazionale, che porta con sé anche un peso maggiore nei commerci globali, occorre essere capaci di dimostrare d’essere pronti a mirare mettendo l’occhio nel mirino. Noi europei non lo siamo. Con ottime ragioni, se si guarda al passato. Con pessima prospettiva, se si guarda al presente e al futuro. Il secondo Macron della Sorbona s’è portato sulle posizioni di Draghi: dobbiamo correre a una difesa comune e finanziarla con debito comune. Siccome le chiacchiere stanno a zero, sarà il caso di osservare che per i francesi è un mezzo affare, visto che dovranno condividere la forza nucleare e hanno un debito pubblico molto alto; per i tedeschi è un mezzo affare, perché dovranno condividere l’affidabilità come creditori e hanno una potenza militare bassa; per noi italiani è un doppio affare, perché al debito pubblico enorme sommiamo una difesa di minore rango (senza nulla togliere al valore dei nostri militari, anzi).

Prima di abbandonarsi alla solita e inutile tiritera sulle manchevolezze europee, sarà bene tenere presenti le debolezze nazionali e i nostri egoismi di spendaroli senza meta. Vorremmo che fosse la diplomazia a chiudere la piaga che la Russia ha aperto in Ucraina? Gioverebbe render chiaro che lo sfondamento in quel Paese sarebbe comunque un vicolo cieco, perché la Russia dovrebbe poi ammosciare il proprio espansionismo davanti alla forza militare europea. Vorremmo che Israele sappia mirare oltre il presente e immaginare un futuro di pace? Sarebbe utile far sapere che la forza militare europea è pronta a combattere come propri nemici i terroristi palestinesi, finanziati dal terrorismo iraniano. La forza militare serve a conquistare la sicurezza e a proiettare tale capacità oltre i propri confini, divenendo soggetto di politica internazionale. Questo è il tema all’ordine del giorno, questo ciò di cui politici ed elettori europei dovrebbero occuparsi.

Veniano da un ennesimo 25 aprile sconclusionato, con le solite polemiche miopi, ma il succo di quel che avvenne è che due potenze – la Germania e l’Italia – aggredirono l’ordine mondiale e accanto agli europei che resistettero, in testa Regno Unito e Francia, si schierò una potenza militare che divenne in quel modo potenza globale: gli Stati Uniti. E non è che non vi furono ricadute economiche e culturali. Fortunatamente.

Di Davide Giacalone

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