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Nella Berlino 1953 i primi tank sovietici

Nella Berlino 1953 i primi tank sovietici

Nel 1953, a Berlino, scoppiò la prima rivolta comunista in Europa. Settant’anni fa la rivolta che anticipò Budapest e Praga
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Berlino – La prima rivolta nell’Europa comunista scoppiò in un vialone dedicato a Iosif Stalin. Nel caldo giugno di settant’anni fa gli operai che a Berlino Est stavano costruendo un ospedale sulla Stalinallee (in seguito rinominata Karl Marx Allee) incrociarono infatti le braccia per protestare contro l’innalzamento del 10% delle quote di produzione. Si trattava di una delle tante misure adottate dal governo tedesco-orientale nel quadro del piano di costruzione del socialismo, la sterzata verso le collettivizzazioni con cui la Ddr voleva cementare il proprio potere modellando lo Stato sull’esempio dei soviet.

Il giro di vite portò a un calo dei salari reali e alla penuria di beni primari come pane, sale e carne, il cui prezzo schizzò alle stelle. Ma la goccia che fece traboccare il vaso fu proprio l’aumento delle quote di produzione e ad accendere la miccia della rivolta furono proprio quegli operai ai quali il comunismo prometteva il paradiso in Terra.

Era il 15 giugno 1953 e da quel momento fu un crescendo. Il giorno dopo i lavoratori del cantiere dell’ospedale inscenarono un corteo fin sotto alla sede del governo, aggregando lungo la Stalinallee 700 operai degli altri cantieri del vialone. Fu deciso uno sciopero generale per il giorno dopo. Dalle 6 del mattino del 17 giugno – il giorno X – si susseguirono assemblee operaie in moltissime aziende della città e dalle fabbriche partirono i cortei per convergere sulla Stalinallee. Nel frattempo alle pure rivendicazioni sindacali si erano aggiunte quelle politiche: dimissioni del governo, elezioni libere, riunificazione della Germania.

Dalla notte precedente l’Armata rossa di stanza in Germania Est era entrata in stato d’allerta. I sovietici non si fidavano troppo dell’inesperta dirigenza tedesco-orientale e in effetti la situazione dell’ordine pubblico sfuggì di mano. Sempre più cortei ingrossavano le file dei manifestanti, decine di migliaia di persone si muovevano lungo i punti nevralgici del centro cittadino (da Alexanderplatz alla Porta di Brandeburgo) e il clima si surriscaldò. Iniziarono gli scontri fra lavoratori e Volkspolizei, volarono i primi sampietrini, poi partirono gli assalti agli edifici pubblici, alle strutture doganali e di frontiera con Berlino Ovest (il Muro sarebbe stato costruito soltanto otto anni dopo), ai carri della Stasi. Prima di mezzogiorno un gruppo strappò la bandiera rossa che sventolava sulla porta di Brandeburgo, sostituendola con il tricolore tedesco.

Fu allora che scattò il piano sovietico. Per fermare l’ulteriore afflusso di manifestanti furono bloccati i mezzi pubblici ed entrarono in azione i carri armati, che spararono contro la folla. La rivolta venne sedata ma si replicò per due giorni in altre città della Ddr – da Halle a Lipsia, da Dresda a Magdeburgo – mobilitando in totale un milione di manifestanti. Tutte le proteste furono represse nel sangue, con un bilancio finale di 55 morti. Un meccanismo perfezionato poi a Budapest nel 1956 e a Praga nel 1968. E che – mutati nomi, leader e bandiere – si sta riproponendo settant’anni dopo in Ucraina.

di Pierluigi Mennitti

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