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Nella stanza delle torture del carcere di Berdyansk

La stanza delle torture del carcere di Berdyansk, città affacciata sul Mar d’Azov a un’ora d’auto da Mariupol, è un luogo dove sono custodite atrocità che richiamano alla mente film dell’orrore come “Hostel” o “Squid Game”

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Stanislav Zaharevic non dimenticherà quelle urla strazianti e senza fine: ore di pianti e suppliche che lasciano segni indelebili anche in chi solo è costretto ad ascoltare. La stanza delle torture del carcere di Berdyansk, città affacciata sul Mar d’Azov a un’ora d’auto da Mariupol, è un luogo dove sono custodite atrocità che richiamano alla mente film dell’orrore come “Hostel” o “Squid Game”. «Quando mi hanno portato lì mi hanno picchiato, dicevano che volevano spezzarmi le gambe» ci racconta al telefono Stanislav. «Ho visto chiaramente due grandi fusti colmi d’acqua e poi strumenti del terrore come utensili per rompere le ossa, cavi elettrici, pinze». Sindaco da un anno di Sofiivska, una cittadina di 5mila abitanti, questo trentenne si è dimostrato subito molto capace nel proprio ruolo; la cosa è arrivata anche alle orecchie dei russi che per farlo diventare “uno di loro” gli hanno offerto di amministrare una città importante come Primorsk: «Ho rifiutato e per questo mi sono ritrovato incappucciato in un’auto».

Non è la prima volta che giunge notizia di sindaci o insegnanti sequestrati, tenuti sotto scacco con minacce ai familiari a patto di chinare il capo verso il Cremlino. L’alternativa a questo martirio è la fuga preventiva ma Stanislav, non avendo né moglie né figli, si è sentito in dovere di restare. «Il 24 aprile – racconta – sono venuti a prendermi a casa in tre: due di loro erano poliziotti ucraini che ora lavorano per la Russia». In un paese piccolo dove ci si conosce praticamente tutti, la voce che volessero portare via il loro sindaco si è sparsa velocemente. Così, in una manciata di minuti, davanti alla sua abitazione si sono radunate decine di persone. Purtroppo non è bastato.

Una volta in carcere, Stanislav ha incontrato un numero imprecisato di poliziotti ucraini ‘convertiti’ che hanno provato a convincerlo in ogni modo a passare con il nemico: «“Penserai che siamo dei traditori”, mi dicevano. “Anche noi all’inizio ci sentivamo in colpa ma adesso siamo al sicuro, abbiamo di nuovo la vita di prima. Non ti intestardire!”». Lui invece si è intestardito, eccome, tanto da rimanere in carcere per 34 lunghissimi giorni e non accettare mai la proposta di diventare sindaco di Primorsk. «In cella era un continuo via vai» ricorda. «C’erano diversi minorenni, tra cui un ragazzo di 16 anni accusato di aver rubato un’auto e poi anche una donna con il marito, un anziano di 78 anni che dicevano fosse un terrorista e che so essere stato picchiato almeno un paio di volte. Avevamo un unico bagno dentro la stanza, alla turca, naturalmente senza porte. Ci era concessa un’ora d’aria alla settimana, durante la quale era proibito parlare con gli altri detenuti». A essere torturati sono soprattutto i prigionieri militari. Uno di loro è finito per sette giorni consecutivi in quella stanza degli orrori. Stanislav ci racconta che non potrà mai dimenticare la sua pelle, senza più un colorito umano.

Da un mese circa il sindaco-eroe di Sofiivska si è trasferito a Zaporizhia, dove i russi non sono ancora riusciti ad avere la meglio. Dopo essere stato liberato, ha provato a continuare a fare la sua parte di sindaco di paese ma le minacce erano divenute ormai quotidiane. E anche se non ha ancora una famiglia tutta sua, gli resta una mamma che lo aspetta a casa: «Se sono uscito di prigione lo devo soprattutto a lei, che tutti i giorni andava a chiedere mie notizie tenendo sempre alta l’attenzione sul mio caso». Una madre e un figlio per ora costretti a restare lontani ma uniti da un grande coraggio.

 

Di Ilaria Cuzzolin

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