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Operazione fallimentare speciale

Il fronte interno anti-Putin cresce, la gente prende coraggio e smantella ‘l’operazione speciale’ di Putin ma temono una risposta nucleare. Unica arma di Putin per fare terra bruciata su ciò che non avrà mai.

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Vinnytsja – Costeggiando il fiume Buh, il secondo più lungo d’Ucraina, penso allo spettacolo magnificente che ci riserveranno, finita la guerra, le incantevoli fontane di Roshen, la più grande attrazione multimediale acquatica d’Europa.

Sono trascorsi due mesi da quel maledetto 14 luglio: proprio mentre all’Aja era in corso una conferenza sulle responsabilità della Federazione Russa per i crimini di guerra commessi in Ucraina, 5 missili Kalibr partivano da un sottomarino russo di stanza nel Mar Nero andando a colpire un centro medico, uffici, negozi e un parco giochi. Persero la vita 28 civili, tra cui 3 bambini. Tra loro Liza Dmitrieva, una bimba di quattro anni affetta dalla sindrome di Down. Alle 9:38 la madre condivideva un video in cui Liza spingeva il suo passeggino. Un’ora dopo il corpo martoriato della piccola giaceva senza vita accanto alla carrozzina e a un piede della mamma, strappato dalla deflagrazione.

Sono qui per incontrare Petro: uno dei suoi fratelli vive poco fuori Mykolaïv e può informarmi dal campo sull’andamento di quella che ormai sui social network ucraini e russi è stata ribattezzata “operazione fallimentare speciale”. Il fronte interno anti-Putin sta crescendo, la gente prende coraggio e addirittura c’è ora chi sostiene posizioni fortemente critiche nei confronti del Cremlino anche nei talk su “Russia 1”. I distretti comunali di San Pietroburgo e Mosca i cui consiglieri hanno chiesto alla Duma di sollevare Putin dall’incarico per alto tradimento sono ormai una ventina. Perfino il sito ufficiale del Ministero della Difesa russo ha disattivato i commenti.

Centinaia d’invasori si consegnano ogni giorno alla Sbu. Petro mi mostra dal telefono militari che scappano addirittura a nuoto o su biciclette rubate ai civili. Certamente non si tratta di un riposizionamento strategico ma di una fuga. Nella manovra di fissaggio sono stati isolati 25mila soldati russi sulla sponda Ovest del Dnipr: possono solo arrendersi, cedendo così una posizione elevata che consentirebbe agli ucraini di attaccare la sponda Est, più in basso, senza esporsi al tiro diretto nemico.

Memore di Chernobyl, il fratello di Petro teme che, spalle al muro, Putin causerà il disastro nucleare a Zaporizhzhya per far terra bruciata intorno a ciò che non avrà mai. I ripetuti annunci di piani d’evacuazione rapida giunti sin qui dalla Crimea sono segnali da non sottovalutare. Essendo molto esposti, i locali auspicano che la controffensiva ucraina si concentri ora sulla liberazione di Enerhodar per poi congiungersi alla consistente sacca di resistenza partigiana presente a Melitopol.

Dopo l’incontro di Lavrov con i talebani, Putin ha recentemente condotto colloqui persino con il leader di Hamas. Da lui, qui, ci si aspetta di tutto: persino un attacco in false flag su territorio russo. Dichiarando guerra potrebbe coscrivere ma perderebbe il diritto di veto all’Onu che gli consente di bloccarne le risoluzioni. L’uso del nucleare tattico nell’ambito dell’operazione speciale, con Iran e Corea del Nord a guardare, comporterebbe una reazione occidentale dirompente. Idem se, come temono qui, cercherà il disastro a Zaporizhzhya. O Putin si ritira e ammette la sconfitta oppure è Guerra.

 

di Giorgio Provinciali

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