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Perché Tulsi Gabbard ha davvero lasciato: i segnali di una rottura maturata da mesi

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Le dimissioni di Tulsi Gabbard, direttrice dell’Intelligence americana, aprono interrogativi molto più profondi della versione ufficiale

Tulsi Gabbard

Perché Tulsi Gabbard ha davvero lasciato: i segnali di una rottura maturata da mesi

Le dimissioni di Tulsi Gabbard, direttrice dell’Intelligence americana, aprono interrogativi molto più profondi della versione ufficiale

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Perché Tulsi Gabbard ha davvero lasciato: i segnali di una rottura maturata da mesi

Le dimissioni di Tulsi Gabbard, direttrice dell’Intelligence americana, aprono interrogativi molto più profondi della versione ufficiale

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Le dimissioni di Tulsi Gabbard non sembrano il risultato di un singolo evento improvviso. La motivazione ufficiale — la necessità di assistere il marito gravemente malato — appare credibile sul piano umano ma, osservando il contesto politico e strategico degli ultimi mesi, emerge un quadro molto più complesso. In ambienti diplomatici e di intelligencestatunitensi, la percezione prevalente è che la sua uscita di scena fosse ormai diventata probabile da tempo.

Il primo elemento da considerare riguarda il progressivo deterioramento del rapporto con il presidente Donald Trump e con il nucleo più influente della sicurezza nazionale americana. Gabbard era entrata nell’amministrazione come figura politicamente utile: ex democratica, veterana militare, critica dell’establishment liberal e capace di parlare a una parte dell’elettorato indipendente. Ma proprio questa natura “ibrida” ha finito per renderla vulnerabile. Non è mai stata realmente assimilata dal sistema repubblicano tradizionale né completamente accettata dagli apparati più ideologici del trumpismo.

Negli ultimi mesi, secondo diverse ricostruzioni convergenti, il suo peso decisionale si sarebbe ridotto sensibilmente. I dossier più delicati, in particolare quelli relativi all’Iran, alla Siria e agli equilibri regionali mediorientali, sarebbero stati progressivamente gestiti da una cerchia ristretta di consiglieri presidenziali e dalla CIA, aggirando in parte l’ufficio del Director of National Intelligence. Questo tipo di marginalizzazione, all’interno del sistema americano, è spesso il segnale più evidente di una fiducia politica ormai incrinata.

La questione iraniana appare centrale. La direttrice uscente dell’ODNI ha sempre mantenuto una linea fortemente anti-interventista. La sua visione strategica parte dal principio che le guerre di cambio di regime abbiano destabilizzato il Medio Oriente e indebolito gli Stati Uniti. Una posizione coerente con la sua opposizione storica agli interventi in Iraq e Siria. Tuttavia, all’interno dell’amministrazione Trump, soprattutto dopo il riacutizzarsi dello scontro con Teheran, questa impostazione avrebbe iniziato a essere percepita come eccessivamente prudente.

Alcuni ambienti della sicurezza nazionale ritenevano necessario aumentare la pressione militare e psicologica sull’Iran. Gabbard, invece, avrebbe insistito su valutazioni  più caute, mettendo in guardia dai rischi di escalation regionale incontrollata. In termini politici, questo avrebbe finito per collocarla in una posizione scomoda: troppo restrittiva per i falchi dell’amministrazione e troppo indipendente rispetto alla linea che la Casa Bianca voleva trasmettere pubblicamente.

Un altro fattore determinante potrebbe essere stato il problema della lealtà percepita. Nel sistema trumpiano, la fiducia personale del presidente ha spesso un valore superiore persino alle competenze tecniche. Gabbard, pur essendo diventata una figura simbolicamente importante per l’amministrazione, ha mantenuto nel tempo una certa autonomia comunicativa e ideologica. Questo elemento, inizialmente considerato una risorsa, potrebbe essersi trasformato in un problema nel momento in cui la Casa Bianca ha richiesto maggiore disciplina politica.

Va inoltre considerato il rapporto complicato tra Gabbard e parte della comunità d’intelligence americana. Fin dal suo arrivo, molti funzionari avevano guardato con diffidenza alle sue posizioni sulla Russia, sulla Siria e sul ruolo degli apparati federali. Le accuse di eccessiva vicinanza ad alcune narrative anti-establishment non sono mai realmente scomparse. Anche se spesso amplificate sul piano mediatico, queste tensioni hanno probabilmente contribuito a erodere la sua capacità di costruire consenso interno.

Negli ultimi mesi si sarebbero aggiunti anche contrasti operativi legati alla gestione delle autorizzazioni di sicurezza e alla desecretazione di alcuni dossier sensibili. Decisioni interpretate da alcuni come tentativi di ristrutturazione politica dell’intelligence e da altri come un’ingerenza eccessiva in un sistema tradizionalmente molto autonomo. In un apparato costruito sull’equilibrio tra fiducia, riservatezza e continuità istituzionale, questo tipo di conflitto produce inevitabilmente conseguenze profonde.

Esiste poi un elemento più sottile ma strategicamente importante: il possibile timore che Gabbard fosse diventata politicamente imprevedibile. La sua traiettoria personale — da deputata democratica progressista a figura chiave del trumpismo — l’ha resa difficilmente classificabile. E negli ambienti di potere americani, ciò che non è prevedibile viene spesso considerato un rischio.

Le sue dimissioni sembrano quindi il risultato di una convergenza di fattori: motivazioni personali autentiche, crescente isolamento decisionale, divergenze strategiche sull’Iran, perdita di fiducia reciproca con la Casa Bianca e tensioni persistenti con l’apparato di intelligence. In questo quadro, la spiegazione ufficiale potrebbe non essere falsa, ma semplicemente incompleta.

Dal punto di vista dell’analisi politica, l’aspetto più significativo non è tanto l’uscita di scena in sé, quanto il modo in cui è avvenuta: senza scontro pubblico, senza accuse dirette e senza una rottura formale. È il tipo di separazione che a Washington si verifica quando entrambe le parti hanno interesse a evitare che il conflitto reale emerga apertamente.

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