Processo Trump e spaccatura nel Gop
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Ogni udienza diventa essenziale per capire se si ha davanti un alleato o un nemico. Queste due correnti coesistono forzatamente da anni, alternando momenti di relativa quiete ad attacchi più espliciti, ma i lavori della commissione hanno elevato il livello dello scontro e ora la questione è al centro del dibattito statunitense
Processo Trump e spaccatura nel Gop
Ogni udienza diventa essenziale per capire se si ha davanti un alleato o un nemico. Queste due correnti coesistono forzatamente da anni, alternando momenti di relativa quiete ad attacchi più espliciti, ma i lavori della commissione hanno elevato il livello dello scontro e ora la questione è al centro del dibattito statunitense
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Processo Trump e spaccatura nel Gop
Ogni udienza diventa essenziale per capire se si ha davanti un alleato o un nemico. Queste due correnti coesistono forzatamente da anni, alternando momenti di relativa quiete ad attacchi più espliciti, ma i lavori della commissione hanno elevato il livello dello scontro e ora la questione è al centro del dibattito statunitense
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AUTORE: Antonio Pellegrino
Nel Grand Old Party (Gop) ci si prepara allo scontro annunciato e per entrambi i fronti è necessaria una conta interna. L’occasione d’oro è rappresentata dalla commissione bipartisan sui fatti del 6 gennaio 2021, il programma più seguito dal pubblico americano quest’estate, che contribuisce ad acuire il divario tra repubblicani “tradizionali” e trumpiani, divisi tra chi accusa l’ex presidente di aver tentato un golpe e la frangia che nega, ancora, la validità delle scorse presidenziali. Ogni udienza diventa essenziale per capire se si ha davanti un alleato o un nemico. Queste due correnti coesistono forzatamente da anni, alternando momenti di relativa quiete ad attacchi più espliciti, ma i lavori della commissione hanno elevato il livello dello scontro e ora la questione è al centro del dibattito statunitense: quando esploderà la miccia?
La notte dei lunghi coltelli è rimandata alle primarie repubblicane di agosto nel Wyoming dove Liz Cheney, il volto più autorevole della dissidenza interna, punta a conquistare la candidatura nello Stato che ha eletto Donald Trump con il 70% dei voti. «I repubblicani non possono essere leali sia a Trump che alla Costituzione», Cheney è esplicita nella sua presa di posizione che rafforza con dichiarazioni che non lasciano spazio ad ambiguità sul suo posizionamento nel partito. «È innegabile e anche doloroso da accettare per i repubblicani. […] Dobbiamo scegliere». Nel corso del suo intervento, Liz Cheney ha rivendicato la sua identità politica dichiarandosi una repubblicana conservatrice in linea con i principi classici del reaganismo (limitare l’azione del governo, il peso delle tasse e l’attenzione sui temi della difesa e della famiglia), ma proprio per il suo ruolo di portavoce anti-Trump si trova a dover temere più i compagni di partito che i democratici, i quali potrebbero virare su un voto strategico per la Cheney contro la candidatura di Harriet Hageman, trumpiana di ferro sostenuta dai fedelissimi dell’ex presidente.
I sostenitori di Trump stanno conducendo una campagna feroce contro i “traditori”. Tra le vittime eccellenti c’è Adam Kinzinger, repubblicano critico di cui abbiamo scritto lo scorso aprile, che solo pochi giorni fa ha reso pubbliche le minacce di morte ricevute dai militanti più radicali (la maggioranza). Di tutta risposta, il Republican Accountability Project, conosciuto anche come Republicans Voters Against Trump, ha annunciato lo stanziamento di dieci milioni di dollari per sostenere i candidati dissidenti nelle elezioni di midterm. Dalle parti di Trump si minimizza e la pentola a pressione che rischia di distruggere definitivamente il Grand Old Party viene relegata a «un grande spot per Joe Biden».
Di Antonio Pellegrino
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