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Le prove dell’orrore

Vogliamo le prove, per processare i responsabili di questo orrore insensato davanti al Tribunale penale internazionale. Vogliamo l’esatta ricostruzione della catena di responsabilità, per poterci dire ancora umani e civili e spazzare via la macchina della disinformazione, che gira a pieno regime in queste ore. Non solo a Mosca.

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Vogliamo le prove, per processare i responsabili di questo orrore insensato davanti al Tribunale penale internazionale. Vogliamo l’esatta ricostruzione della catena di responsabilità, per poterci dire ancora umani e civili e per spazzare via la macchina della disinformazione, che gira a pieno regime in queste ore. Non solo a Mosca.

Sapere e capire, sono tre giorni che lo ripetiamo ossessivamente e lo scriviamo questa mattina su più pagine de La Ragione è assolutamente fondamentale. Nessuno vuole abbandonarsi a reazioni di sola pancia, allo schifo e al ribrezzo provocati dall’inimmaginabile. Nessuno vuole giudizi sommari e spiegazioni comode, proprio perché siamo profondamente diversi da quell’armata allo sbando che sta perdendo ogni traccia di dignità in una guerra fetida.
Proprio per questo, però, risulta sempre più difficile dover sopportare i distinguo, i dubbi ad arte e le fandonie belle e buone che in queste ore si rincorrono, fomentate da Mosca.

Anche ieri sera, in 10 minuti televisione, mi sono imbattuto in presunte domande scomode, che avrebbero dovuto gettare un’ombra sui soliti e immancabili neonazisti ucraini su quanto accaduto a Bucha. Comode ricostruzioni da salotto, concioni sulla posizione dei corpi, il sangue che non c’era, il perché la fossa comune era qui e non fosse lì. Come se i racconti degli inviati sul campo non valessero nulla, fossero frutto di un abbaglio o peggio.

Poi, le immagini satellitari hanno reso un minimo di giustizia a quelle povere vittime, perché i corpi ripresi il 2 aprile per strada a Bucha erano in quell’esatta posizione già nelle foto del satellite risalenti all’11 marzo. Pensateci, 11 marzo-2 aprile, uccisi e abbandonati sul selciato, mentre andavano a cercare un po’ di patate per sopravvivere. E dobbiamo stare qui a sorbirci la disinformatia e i sempre volenterosi e mai stanchi amici di Putin.

Un’indagine internazionale e indipendente è quantomai doverosa e alla base di un auspicabile futuro processo davanti al Tribunale internazionale dell’Aja, ma abbiamo la sensazione che in fin dei conti nulla possa smuovere coscienze ormai morte.

 

di Fulvio Giuliani

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