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“Questo è stato”

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Rimbombano le parole di Primo Levi, mentre i social ci restituiscono immagini di profonda amarezza e di sconforto per un’umanità fallita

“Questo è stato”

Rimbombano le parole di Primo Levi, mentre i social ci restituiscono immagini di profonda amarezza e di sconforto per un’umanità fallita
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“Questo è stato”

Rimbombano le parole di Primo Levi, mentre i social ci restituiscono immagini di profonda amarezza e di sconforto per un’umanità fallita
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Ho dovuto vedere cose che non avrei mai voluto vedere, ho ricevuto video che non avrei mai voluto ricevere e fotografie che non avrei mai voluto nel mio smartphone. È il mio lavoro, provo la necessità di capire, sento l’obbligo di guardare per poter argomentare. Tutto questo corrode, consuma l’anima, perché è umanamente comprensibile la voglia di distogliere lo sguardo. Di non pensarci, chiudersi nel proprio piccolo mondo. Per non finire travolti. Perché chiunque veda quello che stiamo vedendo muore un po’, lascia sul terreno un pezzo di sé. L’unico rifugio possibile è la consapevolezza, il coraggio della consapevolezza. Perché è oggettivamente più facile minimizzare, acconciarsi a qualche comodo distinguo, raccontarsi che qualcosa di inaccettabile abbia una forma di motivazione. Anche la più violenta e lontana per il nostro modo di vivere. E invece no, conta solo la nuda immagine, lo spietato racconto di ciò che sta accadendo. In queste giornate di profonda amarezza, di sconforto per un’umanità fallita, di dolore che si somma al dolore, mi è capitato di cercare un appiglio in chi descrisse ciò che non poteva essere descritto da parola umana. Primo Levi in qualche misura non lasciò mai Auschwitz, dedicò tutta la propria esistenza dopo la Shoah a una mirabile, inimitabile e commovente opera di memoria a cui immolò infine la sua stessa vita. Fra gli scritti che oggi più che mai dovremmo leggere e rileggere, portare in ogni singola classe delle nostre scuole, c’è un passaggio che non mi abbandona da quando ero ragazzino: “Meditate che questo è stato: vi comando queste parole”. Lo conoscete, è un verso della poesia “Se questo è un uomo“, uno dei più potenti canti sul dolore che siano mai stati scritti. Quelle parole rimbombano, mentre i social ci restituiscono la cronaca di giornate che non riusciamo ancora a capire fino in fondo. Primo Levi ragionava in termini di decenni, viveva il terrore dello spegnersi della memoria, con lo spegnersi di chi aveva visto. Nel mondo di oggi basta una settimana – nulla – per avvertire il peso angosciante e insostenibile di chi vuole mistificare e confondere, per annacquare le responsabilità e sostituirle con quelle immaginarie del nemico di sempre, Israele. Ecco perché dobbiamo ricordare che “questo è stato”. Una settimana o ottant’anni fa, “questo è stato”. Di Fulvio Giuliani

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