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Scoprire la morte e l’orrore a sedici anni

La ginnasta ucraina Lilia Podkopaeva ha voluto condividere sul suo account Instagram la testimonianza della 16enne Katya, la cui vita è drammaticamente cambiata da quando Putin ha dato l’ordine di conquistare il loro Paese.

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«Una volta mi sono innamorata di un ragazzo ma lui non mi ricambiava e ho pensato che quello facesse male» ricorda Katya, sedici anni, appena scappata da Mariupol. «Ora invece ho scoperto che fa male vedere tua madre morire davanti a te».

La ginnasta ucraina Lilia Podkopaeva ha voluto condividere sul suo account Instagram la testimonianza di questa ragazza, la cui vita è drammaticamente cambiata dallo scorso 24 febbraio, quando Putin ha dato l’ordine alle sue truppe di conquistare il Paese dei Girasoli. «Mio fratello – racconta Katya – continuava ad avvicinarsi al corpo di nostra madre dicendo: “Mamma, mamma, non dormire, ti congelerai!”. Ora non potremo mai più visitare la sua tomba. È rimasta nel seminterrato umido e buio dove in queste settimane dormivamo, andavamo in bagno e mangiavamo quel poco che riuscivamo a trovare. Lo zio Kolya una volta ha persino catturato un piccione, ma dopo averlo mangiato abbiamo vomitato tutti».

Nel rifugio si trovava anche la loro vicina ma presto è morta di stenti; il suo corpo ha iniziato a puzzare così tanto che lo zio l’ha dovuto portare fuori approfittando di un momento di calma tra i bombardamenti. Una volta uscito è però morto anche lui, fulminato da un cavo elettrico tra le rovine. «La mamma ha pianto molto quando è successo» racconta la sedicenne. «Dopo la morte di papà, lo zio Kolya era la persona più vicina, l’unico che ci potesse aiutare».

La madre ha resistito per quanto ha potuto ma anche lei a un certo punto è morta di fame e sete, in un assedio medievale dove i soldati di Putin rubano gli aiuti umanitari destinati ai civili e impediscono l’evacuazione dei non combattenti. «Quando è successo ho detto a mio fratello che stava dormendo e non doveva essere svegliata. Ma mi è sembrato che l’abbia capito lo stesso». Rimasti soli, i due orfani si sono avventurati all’esterno per cercare scampo, ma si sono ritrovati davanti uno scenario di distruzione e morte.

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«Ho coperto gli occhi di mio fratello con la sciarpa di mia madre in modo che non vedesse. Mentre correvamo, dovevo trattenere i conati perché i cadaveri puzzavano in un modo insopportabile. Ed erano ovunque per le strade». Solo così sono riusciti a raggiungere i soldati ucraini e poi Zaporizhzhya. «Non credo più in Dio» dice Katya. «Qui un prete mi ha detto che mia madre ora lo serve in Paradiso, ma io so che sarebbe meglio se lo servisse qui, allevandoci».

Una volta in salvo ha provato a contattare in Russia un altro suo zio, l’ultimo parente rimasto in vita, ma al telefono questi ha fatto finta di non conoscerla. «Katya, non scrivermi» le ha risposto da un cellulare usa e getta. «È pericoloso per me e la mia famiglia» ha aggiunto, così confermando implicitamente l’inizio delle persecuzioni anti ucraine nel territorio della Federazione Russa, di cui da settimane si vocifera.

«Da cosa ci voleva salvare questo Putin?» domanda Katya. «Vivevamo bene, avevamo anche comprato una macchina. Lo zio Kolya aveva promesso di insegnarmi a guidare. Ora l’auto è bruciata, il nostro appartamento è distrutto e la nostra vita non esiste più». Lei adesso ci esorta: «Abbracciate i vostri figli. Io non riesco già più a ricordare l’odore di mia madre. Se riuscirò a sopravvivere e avrò dei figli li abbraccerò sempre».

La sua testimonianza fa temere che gli orrori di Bucha non siano che un mero antipasto dell’abisso della guerra scatenata dal criminale Putin.

 

di Camillo Bosco

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