Se Medvedev ci vuole morti noi vogliamo la vodka
| Esteri
Dimitry Medvedev, vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, pensa che “siamo dei bastardi” e che farà di tutto “per farci sparire”. Ecco perché noi, proprio no.
Se Medvedev ci vuole morti noi vogliamo la vodka
Dimitry Medvedev, vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, pensa che “siamo dei bastardi” e che farà di tutto “per farci sparire”. Ecco perché noi, proprio no.
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Se Medvedev ci vuole morti noi vogliamo la vodka
Dimitry Medvedev, vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, pensa che “siamo dei bastardi” e che farà di tutto “per farci sparire”. Ecco perché noi, proprio no.
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AUTORE: Andrea Pamparana
Zindan. Roba davvero brutta. In ceceno significa “sacco di pietra”, un pozzo di tortura utilizzato dai ribelli ceceni e mutuato poi, con scarsa originalità, dalle truppe della Federazione Russa. Sarebbe in quel pozzo che ci vedrebbe volentieri rinchiusi – almeno noi occidentali amanti delle pur imperfette nostre democrazie – il signor Dimitry Medvedev, vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo ed ex presidente della Federazione russa.
Per questo importante dirigente del Cremlino siamo dei «bastardi degenerati e finché sono vivo, farò di tutto per farli sparire». Il signor Dimitry si tranquillizzi: d’istinto (di sopravvivenza, la mia) gli augurerei una fine tra atroci sofferenze, ma siccome non nutro sentimenti di odio auspico per lui solo una dignitosa fine politica.
E pensare che gli archivi dei telegiornali conservano significative immagini di quando, dal 2008 al 2012, Dimitry sedeva sulla poltrona che ora è occupata dal suo vate Vladimir Putin e stringeva con calore la mano del presidente degli Stati Uniti Barak Obama, per dare vita a una nuova relazione bilaterale che consentisse una definitiva cesura con la mentalità da Guerra fredda e instaurasse una nuova cooperazione tra Washington e Mosca.
In politica, si sa, lo vediamo tutti i giorni, capita di cambiare idea. Ma passare dalla cooperazione all’odio conclamato è davvero un po’ forte. Ad esempio, io non riesco proprio a odiare i russi. Nel 1990, a Budapest, assistetti in un locale off a una rappresentazione teatrale in lingua russa di “Anna Karenina”. L’attrice, russa, era bravissima e pur non capendo una parola, ma conoscendo bene il testo del capolavoro di Tolstoj, ne rimasi affascinato. Come potrei odiare donne e uomini che nelle arti e non solo hanno fatto la storia e segnato la strada di una cultura che ci appartiene?
Il signor Dimitry è nato a San Pietroburgo, una delle più belle città del mondo, laddove vengono descritte le famose “notti bianche”. È stato primo ministro della Russia per otto anni, prima ancora presidente della Russia (il suo vate e protettore Putin gli è subentrato nella carica ottenendo così il suo terzo mandato). È un uomo di un’altra generazione, nato sovietico, ma ha costruito la sua carriera politica nella nuova Russia. Perfino la fisiognomica è diversa da un imbalsamato Breznev, da un glaciale Andropov, da un pacioso Gorbaciov.
Nella suddivisione del potere nella Grande Madre Russia lui ha un gruppo che si chiama “Famiglia” e controlla molteplici affari, alcuni non proprio trasparenti. Saremmo «bastardi e imbranati» e lui ci vuol «far sparire». La vedo dura, ma speriamo che siano i cittadini russi a farlo sparire. Politicamente s’intende.
Il tempo in cui Dimitry voleva consentire l’uso dello spazio aereo russo all’esercito americano per trasportare truppe in Afghanistan è davvero finito. Non vorrei, però, che fosse finita anche la vodka.
di Andrea Pamparana
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