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Sudan, i golpisti militari cercano alleanze strategiche

Scenari ancora molto incerti in Sudan. Ci sono sviluppi significativi sulla crisi avvenuta dopo il ‘pronunciamento’ del generale Abdel Fattah al-Burhan del 24-25 ottobre scorsi, a partire dalla quasi certa liberazione del premier Abdalla Hamdok.

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Ci sono sviluppi abbastanza significativi sulla crisi del Sudan dopo il ‘pronunciamento’ del generale Abdel Fattah al-Burhan del 24-25 ottobre scorsi. Si dà per certa la liberazione del premier Abdalla Hamdok, cui è stato permesso anche un colloquio telefonico con il segretario di Stato americano Antony Blinken. E nelle ultime ore sarebbero stati rilasciati altri quattro ministri: Hashem Hassab Alrasoul (Telecomunicazioni), Ali Geddo, (Commercio), Hamza Baloul (Informazione) e Youssef Adam (Gioventù e Sport). Tuttavia rimangono reclusi altri esponenti politici, fra cui Sediq al Mahdi, leader dell’Umma Party, principale partito politico del Sudan, e Ismail al Taj, leader dell’Associazione dei professionisti sudanesi, altro importante movimento cui si deve la deposizione del despota al Bashir nel 2019.

Al Jazeera riferisce anche di ulteriori pressioni di Blinken che avrebbero indotto al-Burhan a promuovere un’intesa con il premier destituito Hamdok su un nuovo governo formato da tecnocrati. Al momento mancano però conferme su ipotesi concrete di accordo.

Nonostante una profonda frammentazione all’interno degli oppositori (tra le principali cause della crisi, insieme all’aggravarsi delle condizioni economiche), sarebbero in atto scioperi di varie categorie professionali, fra cui medici e avvocati, e il movimento dei comitati di quartiere, Resistance Committee, sembra voler coagulare la protesta annunciando la partecipazione di un milione di persone a una ‘mobilitazione’ per il 7 novembre e a una marcia per il 10 novembre.

Ma nelle varie componenti sociali e tribali sudanesi ci sono anche vari schieramenti a favore dei golpisti. Già agli inizi di ottobre in alcune manifestazioni di piazza una parte della stessa popolazione aveva inneggiato a un governo di militari per porre fine alla grave crisi economica. Ora, dopo il golpe, a Port Sudan la tribù dei Beja appoggia i militari e ha rimosso il blocco del porto attuato da settembre.

Gli scenari sono dunque ancora incerti. L’Unione Africana ha ‘sospeso’ il Sudan, la Banca mondiale ha bloccato gli aiuti e altre misure sono all’esame dell’Unione europea. Anche gli Usa hanno disposto il congelamento di 700 milioni di dollari e propendono per il ripristino delle condizioni della ‘transizione democratica’ con il ritorno dei civili al governo, ma potrebbero ripensarci. Soprattutto se il generale al-Burhan cercherà aperture dalla Russia e dalla Cina. Quest’ultima ha un trascorso di grandi intese con il Sudan e nel 2018, ai tempi di Al Bashir, ha cancellato 10 miliardi di dollari di debito. Affinità significative poi si possono ipotizzare con l’Egitto dell’altro generale Al Sisi, che peraltro è interessato a ricevere sostegni sulla controversia della Grand Ethiopian Renaissance Dam (Gerd), la diga che l’Etiopia sta costruendo sul Nilo Azzurro. E non può escludersi che il sostegno possa venire anche da Arabia Saudita e Qatar, in nome del legame storico che unisce il Sudan all’Islam e al mondo arabo.

Quanto alla Russia, i portavoce del Cremlino e del Ministero degli Affari esteri già all’indomani del golpe hanno richiamato la comunità internazionale a non ingerirsi in vicende interne di uno Stato sovrano. E il 1 novembre il generale al-Burhan ha rilasciato una intervista all’agenzia russa “Ria Novosti” nella quale ha annunciato l’intendimento di rafforzare la cooperazione militare «di lunga data» con la Russia. Al Burhan ha anche auspicato che «diventino presto realtà» gli investimenti russi nel settore minerario, energetico e agricolo per i quali sarebbero in corso negoziati.

Intanto gli analisti si sono spinti nel ricercare le figure che principalmente affiancano il generale al Burhan, puntando l’attenzione sulla compagine militare più dura, quella che fa capo al suo vicepresidente del Consiglio sovrano, il generale Mohamed Dagalo ‘Hemetti’. È l’uomo forte che comanda le Rapid Support Forces, la milizia della repressione in Darfur, che ora è un elemento centrale: su di essa si regge il controllo di gran parte del territorio e la sorveglianza di tremila chilometri di confini, permeabili ai traffici illegali, tra cui quello di esseri umani.

Qualcuno tuttavia ha anche ipotizzato ancora la possibile influenza del destituito presidente Omar Hassan Al Bashir, anche se è apparso debole e ammalato nelle udienze del tribunale di Khartum in cui è imputato per corruzione e altri crimini riferiti al colpo di Stato del 1989. Non è un caso che un primo tentativo di golpe del settembre scorso si sia concretizzato dopo l’annuncio che il governo della ‘transizione democratica’ guidato da Hamdok aveva autorizzato l’estradizione di Al Bashir alla Corte penale internazionale. Una mossa che ancora oggi non sarebbe stata gradita ad alcuni componenti del Consiglio sovrano, che forse temono qualche coinvolgimento nell’inchiesta, e a vari esponenti di altre istituzioni governative ancora nostalgici della Repubblica islamica di Al Bashir.

 

di Maurizio Delli Santi

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