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Testimonianze dall’Ucraina: “Io, sindaco di Primorsk, sequestrato dai russi”

La testimonianza di Alexander Koshelevich, sindaco di Primorsk, sequestrato dai russi. Un solo avvertimento “Non provare a scappare, i tuoi dati e quelli dei tuoi famigliari sono stati riferiti a tutti i check-point”.

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Sono una trentina, armati fino ai denti. Indugiano davanti alla villetta di Alexander Koshelevich, 35 anni, sindaco di Primorsk, cittadina di 100mila abitanti affacciata sul Mar d’Azov, una delle prime a essere stata presa dai russi. È il 29 febbraio, la guerra è scoppiata da cinque giorni. Il primo cittadino non è in casa ma con i suoi collaboratori: sono ore frenetiche, bisogna decidere in fretta come organizzare l’evacuazione, capire come gestire i morti che giacciono in strada. Ci sono invece gli anziani genitori e la figlia di 8 anni.  

Dalla finestra della villetta i nonni della piccola scorgono i russi, le intimano di scappare sul retro. La bimba corre dai vicini, forzata a una maturità e una fermezza che a quell’età non si dovrebbero conoscere. È terrorizzata, non capisce ma obbedisce. I russi entrano. Se non Alexander allora porteranno via sua madre, sarà il tramite per arrivare a lui: «Cosa volete da me, sono solo una donna!» grida lei mentre cerca di divincolarsi. Desistono, le chiedono se in casa ci siano degli uomini. Lei sa di non poter mentire, che perquisiranno la villetta fino a trovarlo: «C’è mio marito» sibila. Portano via lui, il vecchio signore, ‘colpevole’ di essere il padre del sindaco di Primorsk.  

Appena viene a saperlo, Alexander si offre subito in scambio. Lo incappucciano, lo tengono tre giorni in una cella senza riscaldamento. Rifiuta il cibo, non vuole nulla da questa gente. È stremato, lo interrogano, gli chiedono di lavorare per loro, di riorganizzare l’amministrazione e le scuole sul modello russo. Lui rifiuta. Gli dicono di pensarci bene, «perché questo posto non tornerà mai più sotto l’Ucraina». Infine lo liberano ma gli comunicano che torneranno presto e di non provare a scappare «perché abbiamo riferito i tuoi dati e quelli dei tuoi famigliari a tutti i check-point».  

Mentre ci racconta la sua storia, Alexander fa spesso delle pause, sospira profondamente per non cedere alle lacrime. Quando ti toccano così da vicino gli affetti diventa tutto dannatamente più difficile e inaccettabile. «Non avrei mai voluto lasciare la mia gente ma ho dovuto anteporre la famiglia» ci racconta. «Siamo fuggiti a Zaporižžja, città scampata all’assedio russo. La situazione a Primorsk è drammatica: oltre al cibo mancano le medicine. Chi si stava curando per il cancro non può più accedere alle terapie. Non ci sono più soldi, comincia a girare il rublo ma non è ancora sufficiente». 

La sua città sta letteralmente morendo sotto ogni punto di vista ma Alexander ci spera ancora. Ogni giorno organizza l’invio di pacchi umanitari, sperando non vengano rubati dai russi. È diventata la sua missione. «Anche salvarne uno solo ha senso, ma è uniti che si vince» puntualizza, convinto che con il supporto dell’Unione europea e degli Stati Uniti riuscirà un giorno a tornare a casa propria. 

 Di Ilaria Cuzzolin 

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