Trump e lo show: il troppo che nasconde il poco
Il fluviale discorso di Donald Trump a Washington sullo Stato dell’Unione – il più lungo che sia stato mai pronunciato davanti al Congresso – non è riuscito a nascondere le difficoltà e anche gli imbarazzi del momento
Trump e lo show: il troppo che nasconde il poco
Il fluviale discorso di Donald Trump a Washington sullo Stato dell’Unione – il più lungo che sia stato mai pronunciato davanti al Congresso – non è riuscito a nascondere le difficoltà e anche gli imbarazzi del momento
Trump e lo show: il troppo che nasconde il poco
Il fluviale discorso di Donald Trump a Washington sullo Stato dell’Unione – il più lungo che sia stato mai pronunciato davanti al Congresso – non è riuscito a nascondere le difficoltà e anche gli imbarazzi del momento
Come spesso accade nella storia, il troppo cerca più o meno goffamente di nascondere il poco.
Il fluviale discorso di Donald Trump nella notte fra ieri e l’altro ieri a Washington sullo Stato dell’Unione – il più lungo che sia stato mai pronunciato davanti al Congresso – non è riuscito a nascondere le difficoltà e anche gli imbarazzi del momento.
La mazzata ricevuta dalla Corte suprema sui dazi è stata forte, come testimoniato per paradosso dal giudizio tutto sommato morbido riservato dal Presidente a quello che deve aver vissuto come una specie di tradimento, soprattutto dei giudici da lui nominati. Nonostante l’amarezza, la rabbia a stento repressa e l’enorme danno di immagine, Trump non è andato oltre la definizione di decisione “infelice”. Per i suoi standard, un giudizio del tutto morigerato, quasi amichevole.
I giudizi della pubblica opinione si stanno facendo impietosi, perché Trump è andato in sofferenza – oltre che per gli allucinanti fatti di Minneapolis – proprio sull’economia. Quell’economia, narrata come distrutta o almeno in decadenza per mesi dallo stesso tycoon ai tempi di Joe Biden. Durante l’agonizzante presidenza democratica fu la percezione dell’economia ad azzoppare un presidente ormai già debole di suo e oggi tocca a Trump non riuscire a invertire la sensazione popolare di un’inflazione che morde e di un’età dell’oro che sembra esistere solo nella sua testa.
Tutto questo – crudele paradosso per l’America Maga – a dispetto di fondamentali economici in realtà in buona misura positivi. L’inflazione c’è, ma non morde come nelle previsioni di molti esperti per la faccenda dazi, i posti di lavoro continuano a essere creati a buon’andatura e la crescita del colosso Usa prosegue a ritmi che noi europei ci sogniamo. Però, se di percezione ferisci, di percezione rischi di morire. Politicamente parlando, si intende.
Per il secondo anno di seguito, vedere una metà del congresso applaudire più o meno freneticamente e l’altra starsene in gelido silenzio non è solo la memoria di una tradizionale divisione fra le due grandi “squadre” del Paese. Perché un tempo potevano essere avversarie anche acerrime ma giocavano lo stesso campionato. Oggi no e nulla ha rappresentato più fedelmente il momento storico americano della gaffe dopo la storica vittoria del team Usa nella finale olimpica di Milano nell’hockey su ghiaccio.
I ragazzi sono andati a prendersi la standing ovation del Congresso, le ragazze – sia pur in modo formalmente ineccepibile – hanno declinato l’invito presidenziale dopo le battute irrispettose di The Donald e le sguaiate risate della squadra negli spogliatoi di Santa Giulia.
Con Trump, non basta essere di qua o di là. Esisti solo nella misura in cui lo abbracci modello Salvatore del superiore destino americano o lo rifiuti come un tragico errore della Storia. Un pendio scivoloso e potenzialmente drammatico.
di Fulvio Giuliani
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