Tutti in Cina
La Cina di Xi Jinping si trova oggi a essere diplomaticamente determinante rispetto a due conflitti in corso, quello in Ucraina e in Iran
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La Cina di Xi Jinping si trova oggi a essere diplomaticamente determinante rispetto a due conflitti in corso, quello in Ucraina e in Iran
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La Cina di Xi Jinping si trova oggi a essere diplomaticamente determinante rispetto a due conflitti in corso, quello in Ucraina e in Iran
Al centro del mondo stando ferma. La Cina di Xi Jinping si trova oggi a essere diplomaticamente determinante rispetto a due conflitti in corso – la guerra russa in Ucraina e lo scontro tra Usa e Iran – pur non avendo fatto nulla di rilevante per esserlo. Riguardo al primo a onor del vero Pechino qualcosa ha fatto, ovvero sostenere la Russia di Putin soprattutto economicamente, ma senza coinvolgimenti diretti e cercando di mantenere le relazioni con Kiev. Riguardo invece al secondo – l’imbuto strategico in cui si è infilato il presidente statunitense Donald Trump, prima con gli attacchi a Teheran e poi imbastendo una complicata trattativa con gli ayatollah per porre fine alla crisi dello Stretto di Hormuz – di fatto Xi si è ritagliato lo spazio per giocare al ruolo del saggio che invita a ritrovare la pace perché la guerra non giova a nessuno (neppure a lui).
A suggello simbolico di questo ritrovarsi cinese al centro della Terra senza colpo ferire ci sono due potenti diapositive: la visita in Cina, pochi giorni fa, del presidente Usa Donald Trump e quella di ieri e oggi dello zar russo Vladimir Putin.
Riguardo ai rapporti sino-americani e a chi fra i due leader abbia incassato più vantaggi dal vertice c’è una pubblicistica sterminata: chi dice Xi, chi sostiene Trump e chi invece giura sul pareggio. Una roulette di punti di vista che non tocca la sostanza: Xi Jinping, riguardo a Taiwan e al suo ritorno (per Pechino inevitabile) sotto il Dragone, ha puntato sulla pazienza. Potrebbe cambiare idea ovviamente, ma per adesso non sembra.
Trump si trova invece a fare i conti con la necessità di metter fine alla guerra e allo scontro su Hormuz con l’Iran, ma ha difficoltà sul come. Una difficoltà ben evidente nelle sue continue uscite sull’argomento. Ieri ha detto che gli Usa potrebbero «dover infliggere all’Iran un altro duro colpo per costringerlo ad accettare un accordo», aggiungendo che aspetterà Teheran ancora «altri 2-3 giorni, forse fino a inizio prossima settimana». Certo è che un nuovo e duro attacco militare all’Iran esporrebbe Trump a un ulteriore calo dei suoi consensi in America, che stando ai sondaggi sono scesi già di parecchio. Un grosso rischio, visto che a novembre negli Usa ci saranno le elezioni di midterm per il rinnovo del Congresso e che la campagna per le primarie è in pieno svolgimento. Dal canto suo Xi Jinping non ha problemi elettorali non essendo la Cina una democrazia e questo gli permette sicuramente di avere più tempo per le proprie mosse geopolitiche e per le sue decisioni.
Un tempo che invece manca al terzo protagonista di queste righe, il presidente russo Vladimir Putin. Lo zar si è impelagato più di quattro anni fa in una guerra d’aggressione contro l’Ucraina che non riesce a vincere, nonostante una marea di giovani russi morti al fronte. Una guerra senza vittoria che ha logorato il ‘mito’ (da lui) costruito sulla sua figura, che ha dato colpi tremendi all’economia russa e lo ha portato persino a ridimensionare le celebrazioni per l’anniversario della vittoria contro la Germania nazista.
A parte l’arsenale nucleare di cui Mosca dispone, il Putin oggi in Cina è un leader infinitamente più debole di Xi Jinping, che certo gli è amico ma che ha tratto grandi vantaggi in questi anni dal logoramento russo in Ucraina. Xi e Putin oggi celebreranno i 25 anni dalla firma del trattato russo-cinese di buon vicinato e di cooperazione amichevole, un’intesa che nel 2001 sancì gli accordi per il sostegno reciproco riguardo alla protezione dell’unità nazionale e per un coordinamento delle posizioni su questioni internazionali.
A parte la diplomazia dell’anniversario, al centro del vertice odierno tra i due ci sono numerosi temi, a cominciare dal “Power of Siberia 2”: il gasdotto per fornire gas dai giacimenti della Siberia occidentale alla Cina attraverso la Mongolia e il cui contratto dovrebbe durare trent’anni. Vi sono poi in ballo accordi commerciali, cooperazioni nel settore industriale, sull’energia nucleare e nei trasporti. Di tutto e di più. Con una certezza: il Putin che ha legato il destino della Russia alla Cina, perdendo di fatto le sue relazioni con l’Europa dopo l’invasione dell’Ucraina, ha ridotto Mosca ad avere un ruolo regionale e non globale, spingendo Pechino sempre più al centro del mondo.
Di Massimiliano Lenzi
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