La capacità non ha genere né un vestito
Rivendicare la libertà di indossare abiti femminili, come nel caso della direttrice d’orchestra Beatrice Venezi, non dovrebbe indignare nessuno, soprattutto le donne, che per anni hanno combattuto e continuano a farlo per ottenere pari opportunità.
La capacità non ha genere né un vestito
Rivendicare la libertà di indossare abiti femminili, come nel caso della direttrice d’orchestra Beatrice Venezi, non dovrebbe indignare nessuno, soprattutto le donne, che per anni hanno combattuto e continuano a farlo per ottenere pari opportunità.
La capacità non ha genere né un vestito
Rivendicare la libertà di indossare abiti femminili, come nel caso della direttrice d’orchestra Beatrice Venezi, non dovrebbe indignare nessuno, soprattutto le donne, che per anni hanno combattuto e continuano a farlo per ottenere pari opportunità.
AUTORE: Annalisa Grandi
Rivendica la libertà di indossare solo abiti femminili e non ne vuole sapere di essere chiamata “direttrice”. Ce n’è abbastanza per capire perché Beatrice Venezi si sia attirata l’antipatia di più di qualche donna. Il suo mestiere è quello del maestro d’orchestra e di declinazioni politicamente corrette al momento tanto in voga si disinteressa.
Per questo anche Laura Boldrini l’aveva tacciata di avere «scarsa autostima». Da allora non ha fatto mezzo passo indietro e continua a preferire la gonna ai pantaloni, nonostante le critiche e chi la vorrebbe un po’ più femminista.
Eppure quella battaglia che tante donne hanno fatto propria e che è sacrosanta, quella per uguali opportunità e uguale remunerazione, non dovrebbe forse soffermarsi così tanto sulle parole. O sull’abito. Perché quello a cui quelle rivendicazioni puntano è anche la libertà di poter essere esattamente per come ci si sente, senza dover rientrare in quello o in quell’altro cliché. Altrimenti siamo punto e a capo.
Ci ritroviamo ingessate in convenzioni che possono sembrare magari più ‘paritarie’ ma sempre etichette sono. E invece una donna di 31 anni, che fa un lavoro difficile, che ha faticato per arrivare laddove è, ha il diritto innanzitutto di farsi chiamare come meglio ritiene. Senza che le donne, per prime, le puntino il dito contro. Lasciamo stare poi il dibattito su gonna o pantalone, che proprio non dovrebbe esistere. Ciascuno si veste come ritiene, nei limiti della decenza, e doverlo stare a ribadire è tutt’altro che un passo avanti.
di Annalisa Grandi
La Ragione è anche su WhatsApp. Entra nel nostro canale per non perderti nulla!
Leggi anche
La Famiglia nel bosco, mercoledì 25 marzo i genitori in Senato
17 Marzo 2026
L’operazione “Genitori in Senato” non può neanche essere spacciata come solidarietà nei loro confr…
Sempre più manager preparati lasciati a casa. Come rientrare in partita senza perdersi d’animo
13 Marzo 2026
Secondo gli head hunter il mondo del lavoro è un destino che capita a tutti. Non serve chiedersi s…
Giudice ordina risarcimento da 50mila euro perché obbligata a servire il caffe ai colleghi uomini in quanto donna
11 Marzo 2026
Una manager è stata risarcita con 50mila euro perché “costretta” dall’amministratore delegato a se…
Dieci giorni per diventare padre: l’Italia dice ancora No al congedo paritario
09 Marzo 2026
La politica si ferma, ma i padri italiani chiedono più tempo per esserci. La proposta per cinque m…
Iscriviti alla newsletter de
La Ragione
Il meglio della settimana, scelto dalla redazione: articoli, video e podcast per rimanere sempre informato.