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Dal blackout di Facebook alla dipendenza del Pianeta

Necessario l’intervento antitrust in un settore divenuto sistema nervoso delle democrazie. Il rischio è che dopo un crollo concentrato resti solo il modello cinese.

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È stato un campanello d’allarme squassante. Il blackout dell’oligarca Facebook di lunedì scorso non è stato un problema tecnico (come è stato), non è stato neppure un problema economico (meno di un graffio) né un problema di monopoli, ci sono da sempre. Sei ore sono state lunghissime, soprattutto in Europa, Africa e Medio Oriente nella fascia pomeriggio-notte e nelle Americhe in piena mattina.

È stato un distacco dal mondo per la gran parte dei 3,5 miliardi di utenti del gruppo Facebook, soprattutto fuori dagli Stati Uniti.

Per 340 milioni di indiani è stato smettere di vendere, lavorare, produrre. Per gli afghani è stato un ennesimo letale blocco alla fatica dei volontari che li fanno fuggire dal Paese. Per centinaia di milioni di famiglie diasporiche, sparse per i cinque continenti, è stato perdere l’unico mezzo che li fa vivere unite. Perché, statistiche alla mano, la maggior parte degli abitanti del Pianeta non comprano uno smartphone per avere Internet ma per far entrare nella loro vita solo Facebook (o solo WhatsApp, o Amazon, et cetera).

È per questo che non si può parlare della Rete come di una infrastruttura di comunicazione ma piuttosto di una componente fondamentale di vita.

Il suo stacco è, per miliardi di persone, interrompere la vita. E non una vita ‘virtuale’, come si usa dire, ma assolutamente reale, fisica, sociale.

Non è stata l’interruzione di un viaggio in treno per un blocco degli scambi, non un blackout dell’energia elettrica per troppi condizionatori accesi né la chiusura dei distributori di benzina per la débâcle dei rifornimenti. È stato uno stacco di ogni azione di vita, dalla lezione scolastica a distanza all’acquisto di medicine con l’e-commerce, dallo smart working all’organizzazione di una riunione di famiglia.

Non contando i brutali tagli dei Paesi dispotici e dittatoriali (impattano i tre quarti degli abitanti del globo!), questa è stata, nella storia di Internet, la più lunga interruzione e col maggior numero di utenti coinvolti, provocata direttamente dall’azienda erogatrice del servizio. È dunque stato, ed è, un devastante campanello d’allarme, per tutti.

Perché il blocco può infartare tutti gli altri oligarchi della Rete, anche loro pezzi vitali per miliardi di persone, aziende e istituzioni, ma anche macchine trilionarie di profitti, come ‘scoperto’ (ingenuamente?) dalla whistleblower Frances Haugen (ex Facebook) davanti al Senato Usa.

Se il prossimo lunedì, alle 17.30, Amazon avesse un blocco di tre giorni (o lo attuasse) addio e-commerce per milioni di grandi aziende e Pmi e per un indotto planetario.

Se contemporaneamente Google, Microsoft, Apple, PayPal, EBay, Netflix staccassero la spina, l’umanità resterebbe senza i pezzi di sé, dalle imprese alla finanza, dal commercio al welfare, dall’informazione alla politica e senza quel poco di democrazia che ancora esiste in un risicato 25% del Pianeta.

Sarebbe un’implosione, un default globale, perché non verrebbero a mancare dei mezzi, degli strumenti – che leggi antitrust potrebbero pur a fatica spezzettare (e che si sbrighino!) – ma dei fini, delle ontologie globali. Sarebbe uno stadio terminale, come la conclamata prospettiva del Pianeta di diventare un tizzone ardente. È un’ipotesi distopica, certamente. Ma cosa rimarrebbe, oltre a un Pianeta senza più cervello e sistema nervoso (tutti statunitensi)? La Cina.

 

Di Edoardo Fleischner

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