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Eppur si tratta

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L’Occidente ha mantenuto aperti tutti i canali diplomatici possibili in attesa di poter cominciare la vera partita con Vladimir Putin. In quest’ottica vanno letti gli sforzi delle trattative prima israeliane, poi turche e adesso del governo di Ankara.

Eppur si tratta

L’Occidente ha mantenuto aperti tutti i canali diplomatici possibili in attesa di poter cominciare la vera partita con Vladimir Putin. In quest’ottica vanno letti gli sforzi delle trattative prima israeliane, poi turche e adesso del governo di Ankara.
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Eppur si tratta

L’Occidente ha mantenuto aperti tutti i canali diplomatici possibili in attesa di poter cominciare la vera partita con Vladimir Putin. In quest’ottica vanno letti gli sforzi delle trattative prima israeliane, poi turche e adesso del governo di Ankara.
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Una premessa: sino a oggi, Vladimir Putin non ha mai mostrato interesse a una vera trattativa. Ha consentito fosse tenuto aperto il dialogo con gli ucraini solo per ribadire la sostanziale richiesta di una resa senza condizioni. L’Occidente a sua volta, pur non mancando di sottolineare l’impossibilità di trattare con chi non abbia intenzione di farlo, ha mantenuto aperti tutti i canali diplomatici possibili, in attesa di poter cominciare la vera partita con il dittatore di Mosca. In quest’ottica vanno letti gli sforzi prima israeliani, poi turchi e adesso ancora del governo di Ankara. La trattativa, quindi, c’è e non certo per merito di Putin, che sperava di dettare le proprie condizioni in 72 ore a un nemico vinto e prostrato e si trova 35 giorni dopo senza aver raggiunto un solo obiettivo strategico sul terreno. Neppure l’acqua si può bere a quel tavolo, tale è la sfiducia sulla controparte russa dopo la vicenda-Abramovich, ma comunque si va avanti. Saranno necessarie doti di equilibrismo fuori dal comune per intuire i margini reali di confronto, quando Mosca accetterà di venire a patti con la realtà e ragionare sull’assetto futuro dell’Ucraina. Abbandonando la propaganda sulla “denazificazione” del Paese aggredito, non un dettaglio. Stiamo parlando, infatti, di riconoscere implicitamente il fallimento totale del disegno strategico putiniano. Tutti sanno, al Cremlino come nelle capitali occidentali, che questo è il punto a cui si dovrà approdare, perché un’Ucraina demilitarizzata e in balia della Russia è ormai fuori discussione. Che Putin lo ammetta, anche fra le righe, è tutt’altra faccenda. Come intendersi sulla neutralità, a cui ha aperto lo stesso presidente Zelensky. In stile finlandese, austriaco o svizzero può significare cose molto diverse, ma sempre riconducibili a un dato di fatto: la sicurezza del Paese ‘neutrale’ viene garantita da altre nazioni o da un sistema di alleanze, che si accollano l’onere dell’intervento in sua difesa per ristabilire lo status eventualmente violato. Stiamo parlando di un’idea lontana anni luce dal progetto imperialista originario dello zar. Di una sconfitta clamorosa. Proprio fra i Paesi potenzialmente ‘garanti’ della neutralità ucraina è entrata in gioco ufficialmente l’Italia, dopo il colloquio fra il presidente del Consiglio Mario Draghi e il presidente Volodymyr Zelensky. Un impegno complesso, ben diverso da quei ruoli – non di rado più formali che altro – inseguiti dall’Italia nella sua diplomazia “della sedia”. Esserci innanzitutto, a prescindere da quanto si possa contare. In questo caso si conterebbe eccome, con rilevantissime responsabilità nei confronti degli alleati occidentali, dell’Ucraina e della stessa Russia. Impegno complesso e delicato, incompatibile con le sceneggiate care a certa politica italiana. Proviamo a essere più chiari: pensare di recitare un ruolo attivo di mediazione e garanzia, nella definizione dell’assetto post-guerra, mentre in casa ci si azzuffa sulle scelte strategiche del governo attinenti a questi stessi temi, andrebbe oltre il ridicolo. Sancirebbe la nostra inaffidabilità, su cui – le ambasciate osservano e riportano alle rispettive cancellerie – qualcuno ha ragionato in Europa nell’ultimo mese. È la conseguenza delle dichiarazioni in libertà di esponenti politici legati alla vecchia stagione populista o di qualche militare troppo sicuro della vittoria di Putin, osservato con il sopracciglio alzato al quartier generale della Nato. Mario Draghi copre questo rumore di fondo con la sua autorevolezza, ma neppure il prestigio internazionale e la nettezza della linea politica del governo potrebbero sopravvivere a un Vietnam quotidiano in Parlamento. Chi dovesse legittimamente ritenere di non poter appoggiare gli sforzi che attendono l’Italia ha il dovere morale di chiamarsi fuori dalla maggioranza. Atteggiarsi a partito di lotta e di governo ha sempre qualcosa di insopportabilmente ambiguo, ma davanti a una guerra dichiarata ai nostri interessi e al nostro futuro diventerebbe pura cialtroneria.   Di Fulvio Giuliani

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