AUTORE: Massimiliano Lenzi
Esistono dei luoghi dove la Storia ritorna, come in una cabala politica ogni volta differente mentre il mondo, tutto attorno, cambia. Uno di questi è Versailles, un simbolo potente per le vicende europee del passato e del presente. Finita la Prima guerra mondiale fu qui, fra le architetture care ai re di Francia, che prese forma il trattato di pace, più un armistizio che una vera pace considerando le insofferenze e le rivendicazioni che innescò – a cominciare dalla Germania umiliata dopo la sconfitta – portandosi appresso il trionfo dei fascismi e la tragedia della Seconda guerra mondiale.
Più di un secolo dopo quel trattato l’Europa torna a Versailles, con una voglia di unità mai vista prima nel contrastare la guerra di Vladimir Putin in Ucraina. Nell’incontro tra i capi di Stato e di governo dei Paesi Ue cominciato ieri pomeriggio, proseguito a cena e che si concluderà oggi, i 27 si confrontano sulla forma della nuova Unione europea.
Da quando i russi hanno invaso l’Ucraina tutto è mutato e l’Ue – da subito schierata per la libertà di Kiev e del suo popolo – è entrata in una nuova fase storica su difesa, indipendenza energetica, debito e allargamento a Est dell’Unione (la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha sottolineato che «l’Ucraina è parte della famiglia europea»). Putin sperava che l’Ue si dividesse e invece questa si è compattata accelerando su questi dossier strategici (su cui troppo a lungo aveva tergiversato), pur restando diverse le realtà economiche dei singoli Stati.
Il tema iniziale del summit di Versailles, convocato dal presidente francese Emmanuel Macron, doveva essere sul “modello europeo di crescita e di investimento per il 2030” ma è stato subito stravolto dalle bombe russe. Al centro dei lavori e del confronto sono quindi finiti – in un cambio di agenda necessario per fare i conti con la realtà – la crisi ucraina e i suoi corollari ineludibili: come realizzare una difesa comune europea, come raggiungere (fissando una possibile tabella di marcia) l’indipendenza dal gas russo e infine come rivedere la spesa pubblica e il debito per andare incontro alle difficoltà di consumatori e imprese davanti al caro bollette, al boom dei prezzi e all’approvvigionamento sempre più difficile di materie prime per l’industria.
Mario Draghi ieri pomeriggio è volato in Francia subito dopo il Consiglio dei ministri. La sua posizione, sulla questione energetica, è chiara: è una «crisi europea» che richiede «risposte europee» anche con strumenti innovativi e con la Francia di Macron vi è piena sintonia. Versailles dovrebbe servire a questo: mettere nero su bianco un vero e proprio impegno comune.
Qui si tratta, come sta succedendo da quando è scoppiata la guerra, di limare le esigenze singole dei 27 Stati membri per dare fiato a un progetto coeso e soprattutto ambizioso. Il francese Emmanuel Macron, in piena campagna elettorale per le presidenziali, sarebbe favorevole a un altro Recovery da 200 miliardi di euro, per sostenere i nuovi piani europei nei due settori strategici: la difesa e l’autonomia energetica.
Il vice presidente della Commissione europea, il lettone Valdis Dombrovskis, ha invece spiegato al quotidiano britannico “Financial Times” che nel breve termine gli Stati membri potrebbero «sfruttare la capacità inutilizzata del Recovery Plan da 800 miliardi di euro. In particolare, i Paesi che non hanno ancora usufruito della quota prestiti». Considerato che l’Italia ha già impegnato anche la parte dei prestiti, la proposta di Macron appare decisamente più ambiziosa. I tempi di guerra richiedono una buona dose di coraggio e anche una certa quantità di sana spudoratezza.
Di Massimiliano Lenzi
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