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Fu vera gloria? No

Andrea Pamparana ci restituisce i retroscena di una delle pagine più controverse della nostra storia contemporanea: l’inizio dell’era Tangentopoli e Mani Pulite, culminata il 15 dicembre 1992 con la consegna della busta gialla al “cinghialone”, nome in codice di Bettino Craxi.

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Era un freddo martedì, quel 15 dicembre 1992. Il treno regionale delle 7,15, con il consueto ritardo, si fermò alla stazione di Legnano. Era diretto alla stazione di Porta Garibaldi, a Milano, già stracolmo di pendolari che sarebbero aumentati a ogni successiva fermata. Mi feci largo tra la folla: studenti, qualche anziana signora, impiegati, pochi operai. Nella tasca sinistra del mio giubbotto vibrò il cellulare, di quasi mezzo chilo. Come capo della redazione di Milano del Tg5 lo tenevo sempre acceso. Chi poteva chiamarmi a quell’ora? Doveva essere, pensai, il mio direttore Enrico Mentana che voleva il quotidiano resoconto mattutino delle previsioni della giornata.

Approfittando di una fermata del treno estrassi il pesante apparecchio. Non era Mentana. La voce la riconobbi subito anche se non disse il suo nome. La frase, breve, era di fatto una notizia bomba, da giorni attesa: abbiamo consegnato la busta gialla al cinghialone. Non replicai. Chiusi la telefonata e subito feci il numero di Mentana: «Pronto, che succede?» «Hanno consegnato la busta gialla al cinghialone». «Tienimi aggiornato, faccio qualche telefonata. Fonte sicura?» «Beh, era il postino». «Ok, quando arrivi in Tribunale chiamami».

Arrivai in Tribunale dopo aver preso un taxi alla stazione Garibaldi. Il nugolo di cronisti si stava avviando al quarto piano, dove si trovano gli uffici della Procura. Un corridoio lungo che alla estremità destra portava agli uffici del capo della Procura, Francesco Saverio Borrelli, e del suo aggiunto, Gerardo D’Ambrosio; all’estremità sinistra un altro corridoio, fino nell’ufficio in fondo a destra dove tutto ebbe inizio: lo studio del sostituto procuratore Antonio Di Pietro.

Alle 13:04 dopo la sigla del Tg5 e il mio collegamento in diretta con lo studio di Roma, l’agenzia Ansa batteva la notizia con questo titolo: “Tangenti a Milano: informazione di garanzia a Bettino Craxi”. La bomba era esplosa. La Procura non aveva ancora confermato la notizia. Accuse pesanti. Concorso in corruzione, ricettazione e violazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti.

Secondo l’Ansa la svolta era stata determinata dalle dichiarazioni rese alcune settimane prima dall’ex segretario del Partito socialista, Giacomo Mancini. «Balzamo era il segretario amministrativo ma la parte delle entrate che conosceva era quella che riguardava i grandi progetti dell’edilizia, i lavori pubblici. La vastità del fenomeno, i flussi di finanziamento che hanno avuto come destinatario il Psi non sono certamente passati da Balzamo, non sono stati registrati, li conosceva solo Craxi». Così disse Giacomo Mancini al “Corriere della Sera” l’8 novembre 1992. Balzamo era morto di infarto sei giorni prima di quella intervista, il 2 novembre 1992.
Il “cinghialone”. Terribile nome in codice utilizzato da noi cronisti per identificare Bettino Craxi, mutuato dall’appellativo del segretario del Psi inventato da Vittorio Feltri, direttore del quotidiano “l’Indipendente”.

Quando ebbe inizio la fine della prima Repubblica? Ufficialmente il 17 febbraio 1992 quando arrestarono Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio – per i milanesi la Baggina, una storica residenza per anziani – colto in flagranza di reato mentre intascava 7 milioni di vecchie lire da una ditta di pulizie di Monza che si aggiudicava, o meglio si comprava, quel lucroso appalto. Potremmo però spostare il tutto – considerando l’arresto di Chiesa solo come una sorta di prologo – al 22 aprile, quando a Milano con un blitz dei Carabinieri furono arrestati otto imprenditori. Il più famoso era Clemente Rovati, proprietario della Edilmediolanum, che guidava la cordata dei costruttori del terzo anello dello stadio di San Siro. Nel 1987 il preventivo era stato di 64 miliardi di lire. Ne costò 180 e molti di quei soldi finirono nelle casse dei partiti.

Il 3 luglio 1992 Bettino Craxi tenne alla Camera dei deputati, presieduta da Giorgio Napolitano, un discorso per la fiducia al nuovo governo di Giuliano Amato. «C’è un problema di moralizzazione nella vita pubblica che deve essere affrontato con serietà e con rigore, senza infingimenti, ipocrisie, ingiustizie, processi sommari e grida spagnolesche. È tornato alla ribalta, in modo devastante, il problema del finanziamento dei partiti; meglio: del finanziamento del sistema politico nel suo complesso, delle sue degenerazioni, degli abusi che si compiono in suo nome, delle illegalità che si verificano da tempo, forse da tempo immemorabile. In quest’aula e di fronte alla Nazione, io penso che si debba usare un linguaggio improntato alla massima franchezza. Bisogna innanzitutto dire la verità delle cose e non nascondersi dietro nobili e altisonanti parole di circostanza che molto spesso, in certi casi, hanno tutto il sapore della menzogna. Si è diffusa nel Paese, nella vita delle istituzioni e delle pubbliche amministrazioni, una rete di corruttele grandi e piccole che segnalano uno stato di crescente degrado della vita pubblica. Uno stato di cose che suscita la più viva indignazione, legittimando un vero e proprio allarme sociale e ponendo l’urgenza di una rete di contrasto che riesca ad operare con rapidità e con efficacia. E tuttavia, d’altra parte, ciò che bisogna dire, e che tutti sanno del resto, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale. I partiti – specie quelli che contano su apparati grandi, medi o piccoli, giornali, attività propagandistiche, promozionali e associative, e con essi molte e varie strutture politiche operative – hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare o illegale. Se gran parte di questa materia dovesse essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest’aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro».

Fu vera gloria? No. Perché in quei mesi venne meno lo spirito critico, si seguirono le grida della folla che riteneva di essere, e non lo era, immune dal sistema di illecito finanziamento. Bettino Craxi quel giorno alla Camera aveva messo il dito nella piaga ma nessuno ebbe il coraggio di dire: sì, lo sappiamo, dobbiamo cambiare il sistema. L’acqua sporca c’era, era tanta e fetida. Ma con essa buttammo via anche il bambino.

Sono da sempre convinto che l’anno in cui tutto crollò in modo definitivo fu però il 1993. Perché fino ad allora il fenomeno giudiziario, politico e mediatico chiamato Mani pulite e Tangentopoli aveva riguardato soprattutto l’imprenditoria del Nord produttivo. Quattro fatti trasformarono il tutto, nel 1993, in un vero giallo, in uno di quei tanti misteri che dalla morte di Enrico Mattei, l’ex presidente dell’Eni, al cosiddetto suicidio di Raul Gardini, passando all’altro misterioso suicidio del manager delle partecipazioni statali Sergio Castellari e a quello ancor più misterioso, nel carcere di San Vittore a Milano, di un altro presidente dell’Eni, Gabriele Cagliari, fino agli sviluppi del processo contro Sergio Cusani, mettono in evidenza un filo rosso che coinvolge l’intero capitalismo italiano e tutta, ripeto tutta, la classe politica italiana.

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