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La verità annegata tra le menzogne

Per la prima volta Peskov, il portavoce del Cremlino, ha ammesso le gravi perdite dell’esercito russo. Un secondo di lucidità prima di tornare alla propaganda pura e negare la carneficina umana voluta da Putin.

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Più di cinquanta civili morti a Kramatorsk mentre aspettavano il treno che doveva allontanarli dai combattimenti. Sul fianco del missile russo vetusto Tochka-U caricato con munizioni a grappolo che li ha colpiti, una mano assassina ha dipinto prima del lancio lo sbeffeggio “За Детей” (“Per i bambini”), imitando le parole scritte intorno al teatro bombardato di Mariupol.

È l’ennesimo scempio deciso a sangue freddo dal criminale Putin. Il Ministero della Difesa russo è subito corso ad accusare gli ucraini di essersi bombardati da soli, ma rimane agli atti il fatto che ieri mattina avesse annunciato con orgoglio sul suo canale Telegram che sarebbero stati colpiti gli snodi di diverse stazioni ferroviarie di quella zona.

Incalzato dalle domande di Mark Austin, che lo ha intervistato per “Sky News Uk”, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha intanto dovuto ammettere per la prima volta: «Abbiamo avuto delle perdite significative, ed è una tragedia per noi». Si tratta di un piccolo terremoto per l’opinione pubblica russa, già impaurita dall’attacco aereo ucraino che ha incenerito il grande deposito di carburante a Belgorod dove gli elicotteristi di Kyiv hanno dimostrato capacità da assi dell’aviazione.

Questa improvvisa concessione alla realtà è peraltro durata solo il tempo di un secondo. Subito il portavoce è tornato alla propaganda dura e pura: «Ci siamo ritirati dalla capitale come atto di buona volontà in direzione della pace» ha affermato, nella negazione totale delle foto delle perdite catastrofiche dell’esercito russo, che nell’area ha lasciato centinaia di mezzi danneggiati o distrutti. Stime indipendenti contano le perdite di Mosca ormai in più di 450 carri armati, senza contare artiglierie, blindati e altri mezzi: l’equivalente di 30 brigate corazzate statunitensi.

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«Bucha è una cospirazione» ha sostenuto Peskov di fronte alle foto satellitari che dimostrano come i corpi delle vittime siano stati lasciati dagli occupanti per settimane nelle strade. Intanto gli ucraini continuano a disseppellire compatrioti dalle fosse comuni e già si contano centinaia di cadaveri.

«Come fa a sapere che chi spara è russo?» ha chiesto poi all’intervistatore mentre gli veniva mostrato un video in cui un veicolo con una “V” dipinta sul fianco crivella un civile con le mani alzate. Numerose famiglie sono morte in questo modo dall’inizio dei combattimenti, colpite a bruciapelo dal fuoco degli invasori solo perché avevano imboccato una curva sbagliata.

La dissociazione è insomma completa e probabilmente Peskov avrebbe difeso anche il furto di lavatrici da parte dei coscritti russi: atto da veri rubagalline che ha ispirato a Londra e a Leopoli un’originale protesta contro l’invasione, con i manifestanti che hanno portato vari elettrodomestici di fronte alle ambasciate russe per poi sporcarli simbolicamente col sangue delle vittime ucraine.

Ieri il criminale Putin è intanto uscito dal bunker siberiano di Surgut per dare l’estremo saluto a Zhirinovsky, un pittoresco appartenente alla destra populista e nazionalista della Duma. Nello scorso dicembre il defunto deputato rivelò la data dell’attacco all’Ucraina, perché probabilmente imbeccato da qualche amico siloviko, e qualche giorno fa è morto banalmente di Covid.

La notizia ha una qualche importanza poiché, all’arrivo dello zar, è stata fatta uscire la guardia d’onore allestita per la camera ardente: non si sa se per scongiurare contagi, assassinii o entrambe le eventualità. Il dittatore ha quindi salutato il collega dell’ultradestra per l’ultima volta, facendosi il segno della croce. Chissà se la vista della bara aperta abbia scatenato un sentimento di memento mori nel suo piccolo, piccolissimo cuore.

 

di Camillo Bosco

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