Un sospiro di sollievo. Ma uno solo, però. La partita vera si giocherà al ballottaggio tra due settimane e il rischio, chissà quanto remoto, è che i quattro punti di vantaggio di Emmanuel Macron su Marine Le Pen possano affievolire l’allarme democratico, chiamiamolo così, a favore del presidente uscente.
Certo sono lontanissimi i tempi di quando nel 2002 il patriarca Jean-Marie si ritrovò a competere contro Chirac causa naufragio dei socialisti di Jospin. Il che provocò una sincope nel cuore dei francesi tale da portare Jacques il gollista a conquistare al secondo turno l’82,21% dei voti: neanche Luigi Napoleone Bonaparte nel 1848 c’era riuscito, fermandosi al 74,33%.
Piuttosto c’è da osservare che il turno di domenica ha spazzato via il Novecento politico d’Oltralpe sostanzialmente azzerando gollisti e (di nuovo!) i socialisti. Un addio definitivo al “secolo breve” che rende ancora più stridente la contraddizione di chi ha voluto aggredire con la forza un Paese limitrofo usando ideologie vecchie di cent’anni (vero Putin-Lenin?) e usando tattiche militari obsolete, col risultato di accumulare morti, eccidi, atrocità nonché isolamento internazionale. Ci sarebbe anche da aggiungere che il risultato di Jean-Luc Mélenchon con la sua France Insoumise – da circoscrivere, ricordando che nel 2017 prese il 19,6% – cancella la storia e la memoria del Pcf di George Marchais con il quale non ha nulla a che fare. I tratti del suo populismo di sinistra casomai lo avvicinano ad altre formazioni “di pancia” anti-sistemiche: e se fischiano le orecchie a Grillo e Conte non è un caso.
La realtà è che pesa la questione della redistribuzione delle risorse che – anche questo retaggio del Novecento – un tempo si pensava si potesse risolvere con il responso delle urne. È una questione di drammatica attualità, in particolare per l’Occidente che crede nella democrazia. Ma la globalizzazione, assieme a nuove opportunità ha però prodotto nuove disuguaglianze e bisogna farci i conti. La Francia profonda, quella dei vigneron, ha provato a risolvere la questione occupando fisicamente per due anni il centro di Parigi con indosso gilet gialli (se li ricorda, ministro Di Mao?) e restringendo il bottino elettorale dell’inquilino dell’Eliseo. I citoyens dei boulevard si sono stretti intorno a Emmanuel: la novità è che il risultato non è più scontato.
Poi c’è la guerra che, certo, ha pesato. La Le Pen si è presentata mai rinnegando le simpatie e i legami con Vlad il terribile. Ma l’appoggio del Cremlino alla fine le ha fruttato il 23%: abbastanza per preoccupare la Francia e l’intera Ue ma non sufficiente a metterla in pole position nella scalata al potere presidenziale.
Vedremo cosa succederà tra due settimane.
Comunque andrà, i francesi un risultato fondamentale in qualunque sistema democratico l’avranno ottenuto: un o una commander in chief suffragato/a dalla maggioranza assoluta dei votanti. Un piedistallo di rappresentanza che qui in Italia, senza riforme, non otterremo mai. Una differenza che pesa come un macigno.
di Carlo Fusi
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Tag: francia
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