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Macron in salita

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Tra due settimane si giocherà l’ultima partita delle elezioni francesi, con il quasi confermato vantaggio di Emmanuel Macron sulla candidata Marine Le Pen. Comunque andrà, ai francesi spetterà un commander in chief voluto dalla maggioranza dei votanti.

Macron in salita

Tra due settimane si giocherà l’ultima partita delle elezioni francesi, con il quasi confermato vantaggio di Emmanuel Macron sulla candidata Marine Le Pen. Comunque andrà, ai francesi spetterà un commander in chief voluto dalla maggioranza dei votanti.
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Macron in salita

Tra due settimane si giocherà l’ultima partita delle elezioni francesi, con il quasi confermato vantaggio di Emmanuel Macron sulla candidata Marine Le Pen. Comunque andrà, ai francesi spetterà un commander in chief voluto dalla maggioranza dei votanti.
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Un sospiro di sollievo. Ma uno solo, però. La partita vera si giocherà al ballottaggio tra due settimane e il rischio, chissà quanto remoto, è che i quattro punti di vantaggio di Emmanuel Macron su Marine Le Pen possano affievolire l’allarme democratico, chiamiamolo così, a favore del presidente uscente. Certo sono lontanissimi i tempi di quando nel 2002 il patriarca Jean-Marie si ritrovò a competere contro Chirac causa naufragio dei socialisti di Jospin. Il che provocò una sincope nel cuore dei francesi tale da portare Jacques il gollista a conquistare al secondo turno l’82,21% dei voti: neanche Luigi Napoleone Bonaparte nel 1848 c’era riuscito, fermandosi al 74,33%. Piuttosto c’è da osservare che il turno di domenica ha spazzato via il Novecento politico d’Oltralpe sostanzialmente azzerando gollisti e (di nuovo!) i socialisti. Un addio definitivo al “secolo breve” che rende ancora più stridente la contraddizione di chi ha voluto aggredire con la forza un Paese limitrofo usando ideologie vecchie di cent’anni (vero Putin-Lenin?) e usando tattiche militari obsolete, col risultato di accumulare morti, eccidi, atrocità nonché isolamento internazionale. Ci sarebbe anche da aggiungere che il risultato di Jean-Luc Mélenchon con la sua France Insoumise – da circoscrivere, ricordando che nel 2017 prese il 19,6% – cancella la storia e la memoria del Pcf di George Marchais con il quale non ha nulla a che fare. I tratti del suo populismo di sinistra casomai lo avvicinano ad altre formazioni “di pancia” anti-sistemiche: e se fischiano le orecchie a Grillo e Conte non è un caso. La realtà è che pesa la questione della redistribuzione delle risorse che – anche questo retaggio del Novecento – un tempo si pensava si potesse risolvere con il responso delle urne. È una questione di drammatica attualità, in particolare per l’Occidente che crede nella democrazia. Ma la globalizzazione, assieme a nuove opportunità ha però prodotto nuove disuguaglianze e bisogna farci i conti. La Francia profonda, quella dei vigneron, ha provato a risolvere la questione occupando fisicamente per due anni il centro di Parigi con indosso gilet gialli (se li ricorda, ministro Di Mao?) e restringendo il bottino elettorale dell’inquilino dell’Eliseo. I citoyens dei boulevard si sono stretti intorno a Emmanuel: la novità è che il risultato non è più scontato. Poi c’è la guerra che, certo, ha pesato. La Le Pen si è presentata mai rinnegando le simpatie e i legami con Vlad il terribile. Ma l’appoggio del Cremlino alla fine le ha fruttato il 23%: abbastanza per preoccupare la Francia e l’intera Ue ma non sufficiente a metterla in pole position nella scalata al potere presidenziale. Vedremo cosa succederà tra due settimane. Comunque andrà, i francesi un risultato fondamentale in qualunque sistema democratico l’avranno ottenuto: un o una commander in chief suffragato/a dalla maggioranza assoluta dei votanti. Un piedistallo di rappresentanza che qui in Italia, senza riforme, non otterremo mai. Una differenza che pesa come un macigno.   di Carlo Fusi  

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