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Non è d’oro

Il silenzio che aleggia da tempo tra alcuni leader davanti alla tragedia ucraina non è certamente sintomo di imbarazzo, ma di una posizione poco trasparente nei confronti della Russia.

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Tacciono, svicolano, aggirano. È la storia di molti dei leader che hanno caratterizzato la stagione populista e non solo, davanti alle responsabilità della tragedia ucraina. Chiariamolo: non per l’imbarazzo di valutazioni e giudizi clamorosamente sballati. È calcolo, analisi fredda dell’opinione pubblica e degli elettorati di riferimento. Perché non citano mai Vladimir Putin?

Perché alla condanna dell’aggressione russa all’Ucraina non segue mai il riconoscimento della responsabilità diretta, personale e politica, del dittatore di Mosca? Qui l’imbarazzo non c’entra nulla. Dovessero provarne, correrebbero a prendere le distanze con foga e zelo paradossalmente ben maggiori di chi ha storicamente frequentato di meno gli ambienti sensibili alla politica russa.

Prendete il ministro degli Esteri, Luigi di Maio, evolutosi da paladino del populismo in giacca e cravatta in fierissimo avversario di Putin e della politica del Cremlino. Arrivato a usare un lessico “alla Biden” che gli è costato anche un bel po’ di critiche da amici o ex compagni di viaggio. Da Matteo Salvini a Berlusconi, da Beppe Grillo e in misura diversa, più articolata e adatta al sentiment del momento, a Giuseppe Conte l’accusa diretta al dittatore di Mosca non la troverete. Perché non c’è.

Accennavamo a un calcolo, quello che si sta facendo su una pubblica opinione anestetizzata da anni di esercizio sconsiderato della “realtà alternativa”. Codificata da Donald Trump, ma che in Italia ebbe fortuna ben prima di lui.

Quel coacervo di qualunquismo, antioccidentalismo e anticapitalismo da quattro soldi, rabbia confusa e facilona che ha alimentato l’intera stagione italiana nata con i Vaffa e approdata al governo Conte Uno.

Un modo lucido di sostituire l’analisi dei problemi e la ricerca delle soluzioni con una forma di negazione della realtà post ideologica.

Un’idea di politica e di mondo in cui Cina e Russia venivano raccontate come le paladine dell’identità nazionale e dei valori tradizionali, contrapposte al disfacimento morale dell’Europa arcobaleno. Sicuri approdi per chi volesse sottrarre l’Italia al giogo dell’Ue e degli Stati Uniti. Un percorso che oggi presenta il conto. Salato.

Perché nulla di tutto questo poteva essere a costo zero e ha determinato un sentire sordo e profondo di un pezzo d’Italia, a cui i leader populisti sanno di poter fare riferimento. Aspettano che passi, per quanto possa apparire incredibile, mentre veniamo soffocati dalle immagini degli orrori in Ucraina.

Commentano il minimo sindacale, lasciano fare ai colonnelli la parte degli atlantisti, si tengono le mani libere. Pronti a riprendere le solite litanie su immigrati, crisi economica, sostituzione etnica, pieno di benzina, fabbriche schiacciate dalla globalizzazione.

L’armamentario che la guerra ha solo silenziato.

Due fatti delle ultime ore aiutano a capire: nella sua audizione al Copasir, il Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, il presidente del Consiglio Mario Draghi ha invitato chi «abbia rapporti con la Cina e la Russia a gestirli con trasparenza, per evitare ci siano speculazioni». Parlava alle aziende, ma aggiungiamo alla politica e in quel «con trasparenza» c’è la sintesi di un mondo che avrebbe di voluto sganciarci dall’Occidente e trascinarci verso Est.

Cerchiamo di non dimenticare la dimensione del rischio che l’Italia ha corso nella stagione populista.

Nelle stesse ore, mentre la Farnesina espelleva 30 diplomatici russi di concerto con Francia, Germania, Spagna, Danimarca e altri Paesi europei, il leader della Lega Matteo Salvini riconquistava il dono della parola per smarcarsi dal provvedimento. «Ci vuole il dialogo» ha dichiarato.

Neppure questa volta l’ha nominato, l’uomo che il dialogo lo distrugge giorno dopo giorno con la sua guerra imperialista.

di Fulvio Giuliani

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