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Più che denazificare si demilitarizzano

Il meeting di Instabul va ascritto ad alcune ‘colombe’ tra i siloviki: l’ombra della disfatta completa si sta allungando sulle sfere più alte della Russia oligarchica. Quello subito da Mosca è un colpo senza precedenti.

«Ho il piacere di confermarvi che la demilitarizzazione della Russia, condotta dall’esercito ucraino e supportata dall’intero popolo dell’Ucraina, è a buon punto». Esordisce così Sergiy Kyslytsya, ambasciatore del Paese dei Girasoli presso l’Onu, all’incontro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla crisi umanitaria nel suo Paese. «Dall’inizio dell’invasione – continua – l’esercito russo ha perso più di 17mila militari, più di 1.700 veicoli corazzati, quasi 600 carri armati, oltre 300 sistemi di artiglieria, 127 aerei e 129 elicotteri, quasi 100 sistemi di lanciarazzi, 54 sistemi di difesa aerea e 7 navi».

Il catalogo è impressionante e in buona parte confermato sia dalle intelligence occidentali che da osservatori indipendenti come Stijn Mitzer, che ha dedicato un’intera sezione del suo sito personale a una accurata catalogazione fotografica delle perdite materiali di entrambi gli schieramenti. «Questo è un colpo senza precedenti per Mosca, al cui confronto impallidisce persino il computo delle perdite sovietiche in Afghanistan. Ma dopo aver ascoltato l’ambasciatore russo – conclude l’ambasciatore Kyslytsya – mi dispiace però riferire che il processo di ‘deputinizzazione’ è ancora in ritardo».

Nel corso dello stesso incontro la caparbia fedeltà di Vassily Nebenzia, inviato del Cremlino all’Onu, alla propaganda del regime putiniano appare in effetti sineddoche della posizione generale del governo russo, rimasto finora coeso ai piedi del suo comandante in capo. Visti i numeri, l’ombra di una disfatta completa si allunga però sulle più alte sfere della Russia oligarchica e minaccia di toccare non solo gli inutili yacht, meri trofei della gara al più corrotto, ma persino di spazzare via le loro vite costruite rubando tutto il rubabile negli ultimi vent’anni.

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Il meeting di Istanbul va quindi ascritto al desiderio di alcune ‘colombe’ tra i siloviki, preoccupati per l’andamento disastroso della guerra di non ritrovarsi al banco degli imputati: se è troppo tardi per quello della Storia, quantomeno scampare quello del Tribunale penale internazionale dell’Aja. In realtà la trattativa è ammessa da Putin solo come tattica dilatoria quando le cose si mettono male, metodo già sperimentato in Siria dove in russo “cessate il fuoco” faceva rima con “ricarica”, per citare una battuta comune tra i membri della resistenza anti-Assad. Prova ne è che l’annunciato «alleggerimento del fronte d’attacco su Kyiv» si è tramutato nei bombardamenti tra i più intensi dall’inizio della guerra sulla capitale ucraina e sulla città di Chernihiv, nel Nord, ordinati dal generale Chayko per coprire la lesta ritirata in Bielorussa di quei reparti – decimati, malconci e ormai al limite dell’efficienza operativa – che sotto il suo comando hanno sostenuto il tentativo fallito di conquistare il cuore storico e politico dell’Ucraina.

L’intenzione di Putin è quindi ora quella di reintegrare queste brigate con i coscritti freschi della leva di aprile e con gli scarsi battaglioni di volontari che si è riusciti a racimolare nelle caserme sparse per la Federazione, impiegandoli per un secondo assalto alla capitale o al minimo per sostenere la conquista del Donbass. Ma ci vorranno settimane almeno e in questo tempo l’Occidente può aiutare l’Ucraina a ribaltare il corso della guerra.

 

di Camillo Bosco

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