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Mancano da due settimane il generale supremo e il ministro della Guerra

Il generale Gerasimov e il ministro della Difesa Shoigu sono spariti nel nulla da ormai due settimane. L’ennesimo tentativo dello zar di mettere a tacere chi gli rema contro.

Il generale Gerasimov e il ministro della Difesa Shoigu sono scomparsi. Diventati famosi a livello internazionale per il video in cui Putin diede loro l’ordine di mettere in allerta le forze russe di deterrenza nucleare – nonché per gli occhi sbarrati con cui risposero, denuncianti smarrimento riguardo le modalità d’implementazione effettiva della direttiva – latitano ormai da due settimane. Missing, dispersi.

Non sappiamo se l’alto ufficiale tataro, comandante in capo delle forze armate di Mosca (e omonimo di uno dei sei generali russi uccisi sul fronte ucraino), sia immerso nello studio delle mappe tattiche nel tentativo disperato di correggere il disastro militare in corso. Non è escluso che possa invece essere già stato posto silenziosamente agli arresti domiciliari durante una delle recenti purghe del suo capo.

Quanto al ministro, la faccenda è ben diversa: sua eccellenza Shoigu è figlio di una contadina russa d’origine ucraina e di un tuvano, essendo infatti nato nel territorio autonomo della Federazione Russa conosciuto come Repubblica di Tuva. Governata dal consiglio del Gran Khural e localizzata nel centro esatto del continente asiatico al confine con la Mongolia, Tuva è uno di quei territori remoti ed esotici la cui storia parla di indipendenza ma anche di fitti e complessi rapporti con i vicini russi e cinesi. L’assimilazione nell’Unione Sovietica avvenne solo negli anni Venti del secolo scorso, tanto che il Kuomintang (e quindi la Cina rappresentata da Taiwan) ne rivendica ancora il dominio perché parte dell’Impero Qing fino al 1911.

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La remota posizione del suo luogo di provenienza – terra selvaggia «dalle nevi perenni e i rivi d’argento», come descritta nell’inno del popolo tuvano – ha senz’altro favorito la scelta di Shoigu quale successore del ministro Serdyukov. Putin non aveva infatti alcuna intenzione di lasciare il ricco Ministero della Difesa, pingue crocevia di mazzette, all’affamato gruppo dei siloviki di San Pietroburgo (gli oligarchi Viktor Ivanov, Sergei Ivanov, e Sergey Chemezov).

Ora il neutrale burocrate, yes man per eccellenza, si è ritirato dalle scene – ufficialmente per problemi cardiaci – e probabilmente si trova nella sua sontuosa villa in stile pagoda da 18 milioni di dollari, costruita nella prestigiosa area di Barvikhache a Ovest di Mosca e che la Fondazione Anticorruzione di Navalny fa risalire alla sua famiglia. Forse il suo cuore ha ceduto dopo aver visto la figlia Kseniya vestire sui social, insieme alla nipotina Milana, i colori della bandiera del Paese dei Girasoli. Oppure un battito gli è mancato dopo aver letto il computo dei caduti russi, ai quali ieri si è sommato il contingente di rinforzo distrutto dai missili ucraini mentre stava sbarcando nel porto occupato di Berdyansk.

Il crepacuore pare stia diventando in effetti una malattia epidemica tra i russi. D’altronde, bersagliare volontariamente e costantemente obiettivi civili mette in crisi anche il peggiore dei criminali: «La notte sogno di affogare» confessa un soldato russo alla fidanzata, intercettato al telefono dagli ucraini.

Possiamo solo immaginare cosa sogni Putin nelle sue solitarie notti nel bunker del Cremlino.

 

di Camillo Bosco

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