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Un addio, non l’Armageddon

16 minuti per dire addio. È l’estrema sintesi dell’ultimo discorso di fine anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, incentrato oltre che su un sacrosanto richiamo al valore dei vaccini, sull’ansia di far capire a tutti che di una rielezione non se ne parla neppure.

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16 minuti per dire addio. Senza possibilità di replica. È l’estrema sintesi dell’ultimo discorso di fine anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Incentrato, oltre che su un sacrosanto richiamo al valore dei vaccini particolarmente toccante ed efficace, sull’ansia di far capire a tutti, a cominciare dalle forze politiche, che di una rielezione non se ne parla neppure. Dal suo punto di vista, sia chiaro.

Perché – come ci affanniamo a ricordare qui – per il Quirinale non ci si candida, come non si rifiuta l’elezione e non lo diciamo certo noi umili osservatori.
Sta di fatto che Mattarella non ne vuole più sapere e questo sembra essere l’unico punto fermo di una corsa che scatterà da martedì e che comincerà ufficialmente con le prime votazioni presumibilmente il 24 gennaio.

Nebbie che non aiutano, innanzitutto il governo e il difficile lavoro di Mario Draghi, che rischia di trasformarsi in impossibile. Le tensioni sono destinate inevitabilmente a crescere, ora che l’ombrello di Mattarella sta per richiudersi.
Abbiamo sempre tifato per un suo secondo mandato senza nasconderlo, ma bisogna saper fare i conti con una volontà ferma e apparentemente inamovibile.

I partiti sappiano trovare quello straccio di maturità troppe volte smarrita per pura ansia di rappresentanza e disegni di piccolo cabotaggio. Sergio Mattarella saluta e lascia un vuoto palese, ma non può essere l’Armageddon.
Sia un’occasione di riscatto per forze politiche e leader che negli ultimi anni si sono segnalati raramente per prese di coscienza e responsabilità di livello.

 

Di Fulvio Giuliani

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