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Vendere un carro armato per salvare la pelle

Procede l’aggressione di Mosca in ogni latitudine dell’Ucraina: da est con Karkhiv a sud con il Donbass, Odessa e Kherson. La strategia di Putin sembra quella di consolidare poche conquiste per sedersi al tavolo delle trattative  in una posizione di media forza.

Mani dietro la nuca, Misha è sdraiato pancia a terra mentre un soldato ucraino gli punta il fucile addosso. Ha portato il suo T-90A, il carro armato che Putin gli aveva dato per conquistare la Malorussia (“Piccola Russia”, il nome con cui i fascisti russi chiamano l’Ucraina), nel luogo isolato che gli è stato indicato al telefono e ora l’ha consegnato all’esercito di Kyiv. Il resto del suo equipaggio aveva già disertato nei giorni scorsi per tornare a casa, ma lui al rischio della corte marziale ha preferito l’alternativa del premio in denaro promesso da Zelensky a chi avesse consegnato materiale nemico intatto.

Per Mosca le diserzioni rappresentano probabilmente il grattacapo minore in un’offensiva che doveva durare tre giorni e si trascina invece da quasi un mese. Il teatro di guerra, infatti, appare suddiviso in quattro aree operative in cui il momentum “dell’operazione militare speciale” del Cremlino si è completamente dissipato, sia per la resistenza ucraina sia per l’impreparazione russa a sostenerne l’immenso impegno logistico.

Procedendo in senso orario, vi è innanzi tutto il fronte per la conquista della capitale Kyiv, minacciata da due salienti offensivi ai lati delle sponde del Dnepr: le truppe russe non sono finora riuscite a entrare nella capitale, lambendone solo i sobborghi, e ora soffrono non solo l’intensa guerriglia che devasta le loro linee di approvvigionamento ma anche i contrattacchi ucraini che hanno impedito l’accerchiamento della città.

Verso Est prosegue l’assedio di Kharkiv, bersagliata continuamente dall’artiglieria tanto che talvolta i momenti di quiete tra una serie di esplosioni e un’altra durano appena otto minuti; questo ne rende palese la natura terroristica e non militare – giacché sono tempistiche incompatibili con il lancio di un attacco – ma anche qui il coraggio dei difensori pare stia durando più delle scorte dei proiettili russi.

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In direzione Sud-Est si trova invece il fronte più antico, quello del Donbass, che come immaginabile dopo otto anni di attrito si presenta come quello più sanguinoso ma anche più stabile, dimostrando poche variazioni nell’arco delle settimane. Persino Mariupol, ormai ridotta in macerie da bombardamenti aerei violentissimi, rifiuta comunque di passare di mano e i russi stanno soffrendo perdite materiali e umane enormi per cercare di negare all’Ucraina l’accesso al Mar d’Azov.

Il fronte di Kherson, nel Sud, rimane l’unica conquista di rilievo ottenuta finora dagli aggressori, anche se le proteste pacifiche ma risolute dei cittadini dei territori occupati e i contrattacchi in corso rischiano di mettere in difficoltà le truppe russe, che si stanno dimostrando incapaci di raggiungere il porto di Odessa.

Se le infrastrutture e le forze ucraine hanno fin quindi subìto duri colpi, l’armata russa è stata però decimata, perdendo una quantità di materiale pari a quella dell’esercito di una nazione europea. Studiando tutte le foto disponibili (satellitari e non), l’analista Stijn Mitzer ha contato finora 15 aerei, 35 elicotteri, 13 droni, 270 carri armati, 180 mezzi corazzati, 258 blindati, 548 fra jeep e camion, 135 mezzi di trasporto truppe, 86 artiglierie trainate o autopropulse e infine 2 interi treni impiegati nella logistica.

Ora Putin sembra volersi limitare a consolidare le attuali conquiste territoriali per potersi sedere al tavolo delle trattative in una posizione quantomeno non di debolezza. Starà ai vari Misha farsi furbi e vendere le loro armi prima che “Zio Vovka” li mandi tutti a morire in nome dell’impero russo.

 

di Camillo Bosco

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