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Azar Karimi, Associazione donne democratiche iraniane: “Il futuro lo scriverà il popolo”

“La gente non si fa più intimorire”, parla Azar Karimi dell’Associazione donne democratiche iraniane in Italia (Addi) e portavoce dei Giovani iraniani

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La guerra in Iran prosegue e all’interno del Paese la repressione torna a farsi sentire, ma non spegne il dissenso. Giovani e donne sono decisi a non fermare le proteste contro il regime, anche e soprattutto dopo l’esecuzione di tre ragazzi, impiccati ufficialmente per le rivolte di gennaio contro l’aumento del costo della vita.

«Queste impiccagioni sono un chiaro segnale del tentativo del regime di dimostrare di voler restare al potere, fino all’ultimo. Sono un modo subdolo di spaventare il popolo facendo credere di poter governare ancora. Ma non è così» dice Azar Karimi, dell’Associazione delle donne democratiche iraniane in Italia (Addi) e portavoce dei Giovani iraniani. «La gente non si fa più intimorire, anche se non è facile manifestare contro un regime così feroce: uomini e donne non ce la fanno più a tollerare la brutalità di Teheran contro giovani come quelli appena uccisi e altri che invece si trovano in carcere per aver manifestato il loro dissenso, semplicemente scendendo nelle piazze» aggiunge Karimi, che vive a Roma ma è figlia di dissidenti politici iraniani che sono dovuti fuggire dal Paese alla caduta dello scià.

Oggi da un lato pesa ancora (e sempre di più) la gravissima crisi economica che ha portato un Paese «potenzialmente tra i più ricchi al mondo – per cultura, storia, tradizione, patrimoni Unesco e presenza di petrolio – a vivere il paradosso di avere una popolazione che invece fatica a fare la spesa e convive con un’inflazione al 50%». Dall’altro lato si affronta una guerra i cui confini rischiano di estendersi e la cui portata aggrava la situazione. Eppure la fiamma della rivoluzione interna è più viva che mai e si fonda soprattutto su un movimento di popolo. Spiega Karimi: «Sono anni che si susseguono rivolte, spesso per motivi economici o per far valere diritti fondamentali; ma oggi la resistenza è cresciuta e c’è più coordinamento. Lo dimostra l’azione di Maryam Rajavi, la presidente del Consiglio nazionale della resistenza iraniana (Cnri), una coalizione di opposizione in esilio che da tempo propone un’alternativa laica e democratica al regime teocratico iraniano».

Karimi sottolinea il ruolo delle donne: «Sono fondamentali, specie in un contesto che le vorrebbe da sempre sottomesse. Questo regime misogino è consapevole che, quando verrà rovesciato, lo sarà per mano delle donne. Rajavi ha perso due sorelle e combatte sia per le donne musulmane sia per quelle che non lo sono». Quella che la presidente del Cnri porta avanti anche adesso, sotto le bombe, è una battaglia per il futuro del Paese: «Le donne iraniane sono come molle sotto pressione. Sempre in prima linea, insieme ai giovani, sempre alle prese con una forza superiore che vuole schiacciarle. Ma più si tenta di sminuirle, di escluderle dalle istituzioni o semplicemente di trattarle con meno dignità rispetto agli uomini, più loro tirano fuori l’energia e la forza che possiedono, per dimostrare il contrario» sottolinea Karimi.

Il futuro dell’Iran è però nelle mani del suo popolo e non in attori esterni: «Il regime ha usato e usa la più barbara repressione, fa ricorso ai pasdaran ma sa che è la sua unica e ultima possibilità. La fine della monarchia assoluta con Khamenei non ha segnato la fine della repressione, ma il rovesciamento avverrà per mano del popolo iraniano e di realtà come il Consiglio nazionale della resistenza, che rappresenta un governo parallelo. Il suo piano prevede la libertà personale dei cittadini, il No al nucleare, la divisione tra Stato e religione, la libertà di genere e di opinione. La resistenza in questi anni ha avuto come obiettivo il ritorno della democrazia in Iran, non la semplice presa del potere: dev’essere il popolo, tramite elezioni libere, a scegliere la propria guida».

Quanto al ruolo dell’Europa, la portavoce dell’Associazione delle donne democratiche iraniane ricorda: «Fin dal 2024 Rajavi disse al Consiglio europeo che andava percorsa la terza strada. Vale a dire non un appeasement col regime né un intervento militare esterno, ma la resistenza organizzata all’interno del Paese. Il futuro dell’Iran lo deve scrivere il suo popolo».

Di Eleonora Lorusso

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