Caos nel segno dell’Ice, paura e preoccupazione fra gli italiani in America
Abbiamo parlato con alcuni italiani che vivono in America: l’Ice fa paura, è innegabile. Ecco le loro testimonianze
Il presidente statunitense Donald Trump ha ritirato dal Minnesota gli agenti dell’Ice. Anche il loro capo, Gregory Bovino, ha lasciato Minneapolis per tornare in California, in attesa della pensione imminente. Ma al suo posto è stato inviato lo “zar dei confini”, Tom Homan, forse persino più pericoloso. Già in servizio con Obama, è considerato l’ideatore delle espulsioni di massa decise nel novembre 2024. E ora tra gli italiani negli Usa si teme il peggio. «Non si tratta più soltanto di occuparsi dell’immigrazione illegale, ma di gestire l’ordine pubblico. Solo che nelle piazze dovrebbe esserci la polizia dello Stato, non gli agenti federali dell’Ice, che non sono preparati a questo. Il risultato è una guerriglia, una specie di anticamera della guerra civile che ci spaventa» racconta Sara dal Maryland.
Suo marito Marc è un militare americano, ufficiale dell’esercito. «Stanno gestendo la situazione in modo brutale: non c’è scuola o corso che addestri a usare certi metodi» ci dice. «È tutto assurdo, da come sono vestiti a come intervengono. Il rischio che ci scappi il morto è altissimo. Sono incompetenti e, dal momento che molti sono anche ex militari, non sono adatti a gestire proteste civili in un contesto urbano. Sono le persone sbagliate nel posto sbagliato». Sottolinea l’ufficiale: «Tra l’altro stupisce che, per rintracciare clandestini che si sono macchiati di gravi reati (come dovrebbe fare l’Ice), si agisca in pieno giorno. E nelle vie cittadine, dove certo è difficile che si trovino i capi dei cartelli della droga o altri criminali di spicco».
Aggiunge Giorgio, ricercatore universitario italiano a Chicago. «Vivo negli Usa da 25 anni e ho sempre creduto profondamente nei valori di questo Paese: o Stato di diritto, il rispetto dei diritti civili e della dignità umana. Oggi vedo che la vita di una persona sembra perdere valore e la forza prevale su dialogo e giustizia: è qualcosa che lascia sgomenti. Anche qui a Chicago la reazione è stata forte: manifestazioni nonostante il freddo, dichiarazioni critiche da parte del sindaco e del governatore, un diffuso senso di preoccupazione civica. Non ho percepito ostilità diretta nella vita quotidiana, ma so che molti amici di origine latinoamericana hanno vissuto giorni di paura e maggiore isolamento quando la presenza dell’Ice era più intensa in città. Quello che si respira non è odio generalizzato, ma una profonda inquietudine».
La situazione di tensione ha finito per incidere anche su di lui: «Personalmente sono cambiato. Per mesi sono rimasto in disparte, non mi sono esposto, ho evitato persino un commento o un like sui social. Oggi è il momento di parlare, partecipare, sostenere in modo pacifico ma fermo i princìpi fondamentali su cui dovrebbe basarsi una società giusta: è una questione di coscienza civica».
La stessa tensione si respira anche sulla costa Est, dove Giovanni – modenese di origine, che ha vissuto per cinque anni in Canada prima di trasferirsi in New Jersey e poi in Virginia – racconta: «Il clima teso c’è in ogni Stato americano. Vivere qui se non hai la pelle bianca (come la moglie e i figli di 13 e 15 anni, ndr) è assolutamente fonte di preoccupazione. Noi abbiamo la Green Card, ma la volontà di ridurre l’immigrazione e privilegiare gli statunitensi di nascita è chiara: basti pensare che per un visto H1B, quello per lavoratori di altissima qualificazione, le aziende americane che vogliano assumere un immigrato devono pagare una fee di 90mila dollari al governo federale. È assurdo».
In questo contesto arriva anche il caso di Michela, 30 anni, in attesa di una terapia di 6 mesi contro le gravi conseguenze della malattia di Lyme contratta dieci anni fa. In base alla Legge 214 (b), le è stato negato il visto d’ingresso nonostante le prove fornite dal medico americano a cui si è rivolta. Il motivo è l’insufficienza dei dati che giustificano il suo successivo rientro in Italia al termine delle cure.
Susanna vive da 30 anni a Washington, con il marito e i figli che frequentano il College mentre lei insegna: «Ai corsi di inglese per la comunità ispanica presso la public library ormai non si presenta più nessuno e un poliziotto vigila all’ingresso, cosa mai vista prima. Persino diverse persone con la Green Card sono state fermate per accertamenti senza motivo apparente, mentre anche nel District of Columbia è aumentata la presenza di agenti e i mall si sono svuotati: si avvertono paura e senso di divisione».
di Eleonora Lorusso
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